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laR
 
03.03.2022 - 05:30
Aggiornamento: 12:32

La guerra e il silenzio di Valery Gergiev, zar della musica

Il direttore d’orchestra legato a doppio filo a Putin e la polemica sul suo non aver condannato l’invasione. Comprensibile, sono amici. Giustificato? No

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Keystone
Vladimir Putin e Valery Gergiev

L’essere un protagonista assoluto del mondo culturale e musicale - con tutte le libertà di cui gode e, a volte, si fa vezzo chi produce arte - può essere considerato l’alibi per difendere o non condannare una guerra o un’autocrazia? No.

Il direttore d’orchestra Valery Gergiev è un monumento della musica ma anche ‘spalla’ del sistema oligarchico di Vladimir Putin, nonché suo amico personale da tempo. È direttore artistico (dal 1988) e organizzativo (dal 1996) del teatro Mariinskij di San Pietroburgo, la cui orchestra è diventata una delle più importanti al mondo. Ha beneficiato di un contributo pubblico equivalente a oltre 500 milioni di franchi per la ristrutturazione del teatro, e da quando gli è stata conferita - dallo Stato - la carica di direttore organizzativo ne è l’unico responsabile dal punto di vista non solo musicale, ma anche amministrativo.

Legato a doppio filo con Putin, a Gergiev negli scorsi giorni sono giunte ferme richieste di distanziarsi dalla guerra provocata dalla Russia in Ucraina. Gli sono giunte dal sindaco di Milano Giuseppe Sala e da Dominique Meyer, Sovrintendente del Teatro alla Scala, dove avrebbe dovuto dirigere ‘La dama di picche’ di Tchaikovsky; gli sono giunte anche dal sindaco di Monaco di Baviera, Dieter Reiter, dove Gergiev fino all’altro ieri ricopriva il ruolo di direttore principale.

Il suo silenzio gli è costato il posto ai Münchner Philarmoniker e la sua sostituzione alla Scala. Ma non solo: la Carnegie Hall di New York e il festival di Verbier (con pesanti perdite anche economiche, avendo questo restituito pure i doni e i finanziamenti portati da personalità individuali o strutture sanzionate dai governi occidentali) hanno interrotto le collaborazioni. A concludere il tutto, per ora, anche a Rotterdam la Philarmonic Festival, che organizza il Gergiev Festival, ha dato al direttore d’orchestra un ultimatum con una richiesta di presa di posizione contro l’invasione in Ucraina. Anche per loro la risposta è stata il silenzio.

Simile, ma con qualche sfumatura, è il caso del soprano russo Anna Netrebko. La celebre cantante avrebbe dovuto, sempre alla Scala, esibirsi nell’‘Adriana Lecouvreur’ di Francesco Cilea. Non lo farà. La sua assenza l’ha comunicata su Instagram, dove Netrebko ha affermato di star bene e che quindi ci sono altri motivi dietro al fatto che non salirà sul palco. In un altro post su Facebook, il 26 febbraio, Netrebko ha scritto testuale che si oppone alla guerra, che spera finisca presto e che le persone possano vivere in pace. Con un grande però: "Costringere gli artisti, o qualsiasi personaggio pubblico, a esprimere le loro opinioni politiche in pubblico e a denunciare la loro patria non è giusto. Questa dovrebbe essere una libera scelta. Come molti dei miei colleghi, non sono una persona politica. Non sono un’esperta di politica. Sono un’artista e il mio scopo è quello di unire le persone attraverso le divisioni politiche". Ecco, è vero? È così? È sufficiente come risposta? Sì e no.

La storia della musica, almeno fino a metà dell’Ottocento, ha visto profondissimi legami tra i principali compositori e corti, re, principi: basti pensare, per esempio, ai Concerti brandeburghesi di Johann Sebastian Bach ‘dedicati’ al margravio Cristiano Ludovico. Lo stesso Bach, Händel, Haydn e Donizetti sono stati ‘Kapellmeister’ presso alcune corti europee.

Ciò detto, quando si parla di Gergiev si parla di un autentico gigante nel suo campo. Un campo, però, che non dà cambiali in bianco per avere qualsiasi opinione o tenere tutti i comportamenti che si vogliono, usando come feticcio la libertà che può avere un artista, un musicista, una persona che produce cultura. Il direttore tedesco Wilhelm Furtwängler, sebbene abbia sempre negato di aver aderito al nazismo, al Terzo Reich fu sicuramente molto vicino dirigendo addirittura, per i compleanni di Hitler, opere di Wagner e Beethoven. Le polemiche e i dibattiti sulla sua figura continuarono anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale, cosa che non accadde con Arturo Toscanini: socialista, aderì inizialmente al fascismo - candidandosi pure alle elezioni del 1919 -, ma se ne distaccò prima della Marcia su Roma e lo criticò sempre, al pari del nazismo.

Biasimare e ‘sanzionare’ Gergiev per il suo silenzio e Netrebko per i suoi ‘però’ è giustificato, sia per il loro ruolo sia per tutto quello che sta succedendo dietro l’angolo con bombardamenti anche civili. Gli oligarchi vicini a Putin sono stati colpiti dalle sanzioni nel loro quotidiano e nel loro lavoro. Per molti di loro, si tratta di spostare miliardi di dollari con dei clic e speculare in vari campi; per Gergiev, oligarca della cultura, si tratta di dirigere maestosamente musica meravigliosa.

Ma attenzione. Ciò che questa critica non deve diventare è una sorta di ‘cancel culture’ anticipata, ed è importante non cadere in assurde bassezze come l’iniziare a ventilare di togliere dalla circolazione le musiche di Mussorgskij, Tchaikovskij o Prokof’ev dirette da Gergiev. Men che meno, devono partire alti lai nei confronti del mondo culturale russo passato e presente che poco ha da spartire con quanto sta accadendo in Ucraina. Alcuni preoccupanti segnali si sono già registrati.

I silenzi di Valery Gergiev parlano da soli e squalificano l’uomo, non l’artista. Ma l’arte, senza la persona, diventa poca cosa davanti alle sirene, alle bombe, ai morti, alle carovane di profughi che hanno perso tutto e riparano nei paesi confinanti per salvare la propria vita.

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