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25.01.2022 - 05:30
Aggiornamento: 07:34

Bavaglio ai diritti imbevuto d’alcol

Tennis Australia copre le magliette recanti la scritta ‘Dov’è Peng Shuai?’. Uno degli sponsor del torneo è una storica distilleria... cinese

bavaglio-ai-diritti-imbevuto-d-alcol

Tennis Australia nella bufera. Ancora. Stavolta Djokovic non c’entra. La politica sì, però. O meglio, c’entrano i diritti umani. E i soldi. Una storiaccia, anche stavolta. La seconda in poche settimane. Dapprima la lunga e dolorosa vicenda legata al tennista serbo, rispedito a casa dopo la cancellazione di un visto d’ingresso inizialmente assegnatogli grazie a un’esenzione medica dal profumo di “invito speciale”, con il pretesto dell’ordine pubblico e della salute della popolazione”. Ora, appena spentasi l’eco della polemica che ha tenuto banco per una dozzina di giorni fino al primo turno del torneo nel frattempo giunto ai quarti di finale, ecco riaffiorare il dossier, di certo non meno scomodo, relativo alla tennista cinese Peng Shuai. Gli organizzatori del primo Slam stagionale sono nuovamente sotto accusa per aver chiesto a due attivisti di coprire le loro magliette su cui campeggiava la scritta “Dov’è Peng Shuai?”, la tennista cinese scomparsa dopo aver denunciato violenze sessuali subite da parte dell’ex vice premier Zhang Gaoli.

La 35enne era poi riapparsa in alcune foto, in un’intervista al quotidiano di Singapore Lianhe Zaobao e in due video, la cui veridicità è però dubbia (fu cancellato anche il suo profilo social).

“Patetici”, “pavidi”, sono alcuni degli epiteti rivolti alla federazione australiana per una decisione che ha suscitato lo sdegno di tennisti ed ex atleti, sconcertati da una presa di posizione che puzza di bruciato, perché dettata da argomenti economici, con tanto di inevitabile deriva politica, per due ambiti che sono da sempre strettamente connessi. L’uno influenza pesantemente l’altro, dalla notte dei tempi. Tennis Australia paladino dei diritti dei (propri) cittadini, la salute dei quali va preservata dagli attacchi degli untori da fuori porta, nonché ospite messo in imbarazzo dalle rivendicazioni legittime di chi denuncia la violazione dei diritti (quelli umani, tema delicato che merita però consensi trasversali ben più delle rivendicazioni di Djkovic) da parte di un governo sotto la scomoda luce dei riflettori che illumineranno i Giochi olimpici invernali.

Da una parte la decisione del Ministro dell’immigrazione di espellere Djokovic con il benestare del Governo, supportata da questioni di ordine morale e di ordine pubblico, invocando il diritto di non ammettere nel proprio paese uno sportivo che non dà l’esempio che dovrebbe dare e che con la sua presenza avrebbe rischiato di aizzare la folla, invitata a trasgredire le regole della buona condotta in regime di pandemia. Quelle regole messe a repentaglio dall’ingombrante e controversa figura del numero uno al mondo che il popolo australiano invece applica con grande disciplina; dall’altro, il bavaglio alle proteste di chi chiede di fare luce sulla delicatissima questione Peng, sia mai di urtare la sensibilità dei munifici sponsor cinesi.

Parole di circostanza

La motivazione alla base del provvedimento? Gli Australian Open non autorizzano indumenti o cartelloni recanti slogan politici, avrebbe spiegato in modo quantomeno goffo un portavoce di Tennis Australia. La quale federazione si è peraltro affrettata a dire che “la sicurezza di Peng Shuai è la nostra principale preoccupazione. Continueremo a lavorare con la Wta e con la comunità mondiale del tennis per ottenere chiarezza sulla situazione. Faremo tutto il possibile per garantire che stia bene”. Mai parole furono più di spiacevole circostanza.

Inevitabile, lo sdegno da più parti. Se l’obiettivo era quello di oscurare il messaggio a sostegno di Peng, allora l’effetto ottenuto dal provvedimento è stato quello contrario.

Leggenda del tennis, vincitrice di 18 titoli Slam in singolare, Martina Navratilova su Twitter ha definito la decisione «patetica». «La Wta abbandonata a se stessa», ha scritto. «Una vigliaccata. Non è un messaggio politico, quello delle t-shirt, bensì un appello in favore dei diritti umani», ha poi rincarato all’emittente televisiva americana Tennis Channel. «La Wta è stata così decisa, su questo tema (l’associazione che gestisce il tennis professionistico femminile aveva deciso lo scorso dicembre di sospendere tutti i tornei in Cina, Hong Kong compresa, ndr). Capitolare in questo modo da parte degli australiani, lo trovo così debole».

Più volte titolato in doppio, anche a livello Slam, già numero uno al mondo della disciplina, il francese Nicolas Mahut ha tuonato: «Che mancanza di coraggio. Come vi sareste comportati se non aveste degli sponsor cinesi?».

Mahut ha fatto riferimento allo Luzhou Laojiao, distillato della storica Luzhou Laojiao Company Limited con sede nella provincia dello Sichuan, da molti anni uno dei principali finanziatori degli Australian Open. Il campo n. 2, uno dei cinque più importanti della struttura di Melbourne, è stato battezzato “1573 arena”, in onore all’anno di fondazione dell’impresa attiva nel popolarissimo distillato.

In risposta alla presa di posizione degli organizzatori del torneo, l’attivista australiano in favore dei diritti umani Drew Pavlou ha già raccolto circa 10’000 franchi sulla piattaforma GoFundMe al fine di stampare nuove magliette da distribuire agli spettatori in occasione della finale del tabellone femminile. «Ne stamperemo 1’000, vedremo quanti spettatori riusciranno a fermare», ha dichiarato Max Mok, militante pro-Hong Kong all’emittente Abc.

Interrogato a tale soggetto in occasione della conferenza stampa giornaliera, il ministro cinese degli Affari esteri si è detto «contrario alla polarizzazione dello sport: è impopolare e non funziona».

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