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laR
 
11.01.2022 - 05:30
Aggiornamento: 18:11

Una bomba a orologeria chiamata Kazakistan

L’ex repubblica sovietica è uno snodo cruciale a livello economico-energetico e ora anche un termometro della situazione sociale in Asia Centrale

di Giuseppe D’Amato
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Keystone
Le forze speciali schierate ad Almaty durante le proteste

È finita in Kazakistan la stabilità durata un trentennio. La notizia è pessima per l’Asia centrale e per l’architettura geopolitica internazionale. Incomincia nella regione il “Grande Gioco” del XXI secolo, i cui esiti potrebbero influire sui destini mondiali. Russia, Cina e Stati Uniti sono i giocatori.

Esteso più o meno come l’Europa, il Kazakistan come Stato fu fondato dai comunisti sovietici negli anni Trenta del ’900 e ingloba la Siberia meridionale di epoca zarista. Ricco di materie prime, il Paese – con solo 19 milioni di abitanti (il 58% della popolazione è autoctono, il 20% russo) – detiene il 3% delle riserve globali di petrolio. Qui è situato il centro spaziale di Baikonur, utilizzato dalla Russia, e ha sede il sito nucleare di Semipalatinsk, dove i sovietici fecero esplodere numerose bombe atomiche.

Per i russi il Kazakistan in Asia e l’Ucraina in Europa rappresentano due Paesi strategici e “cortile di casa”. Permettere l’intromissione di altre Potenze significa per Mosca dire addio ai sogni di gloria. Se Pechino arrivasse a controllare questo “Eldorado” energetico la Cina si trasformerebbe immancabilmente nella superpotenza da battere nel XXI secolo. Con 600 società attive in loco gli Stati Uniti hanno, invece, investito ben 54 miliardi di dollari dal crollo dell’Urss.


Un manifestante in piazza con una piccola bandiera del Kazakistan (Keystone)

Il garante dell’indipendenza del Kazakistan e “leader della nazione”, l’81enne Nursultan Nazarbaev, sembra ora uscito di scena e da giorni non compare in pubblico. Nel 2019, per evitare interferenze esterne, passò a sorpresa in poche ore il potere all’attuale presidente Tokaev, creandogli comunque attorno un sistema di controllo. Ma tra il maggio 2020 e le ultime ore questo sistema “paracadute” è saltato. Il problema è che – dopo il primo gennaio 2022, quando il governo poi licenziato ha più che raddoppiato il prezzo del gas gpl – si è scoperchiato quel vaso di Pandora che è il Kazakistan, dove enormi sono gli interessi contrapposti e le lotte intestine.

Quello che si è osservato nella repubblica ex sovietica dopo il 2 gennaio è il classico “bunt”, ossia una rivolta all’inizio pacifica che, all’improvviso, diventa violenta e distrugge tutto come un tornado. In decine di città migliaia di persone sono uscite in strada a protestare per la situazione economica, contro le ineguaglianze e le ingiustizie. Circa 200 magnati controllano le maggiori risorse del Paese asiatico, gli altri abitanti fanno la fame o quasi.

Si poteva evitare questa tragedia? Forse, no. La mancanza di dialettica politica è un tratto caratteristico dell’Asia centrale: chi la pensa diversamente rispetto alle inamovibili dirigenze da sempre è etichettato come “estremista”. Fino a quando c’è stato al potere Nazarbaev – un politico considerato illuminato – tale situazione era limitata. In futuro non si sa, ma il Kazakistan rischia di seguire la deriva di altri Paesi autoritari vicini.


L’ex presidente Nazarbaev con il nuovo Tokayev (Keystone)

Mentre la gente protestava dietro alle quinte vi è stata una resa dei conti: tentato golpe di strutture dello Stato contro Tokaev o solo occasione colta dal potere per eliminare gli oppositori? Lo si saprà presto. Vi è comunque stato in piazza un bagno di sangue. Speriamo solo che non finisca come nel 2005 per il massacro di Andigian in Uzbekistan. Manco le Nazioni Unite sono riuscite a scoprire la verità.

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