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laR
 
21.12.2021 - 05:30
Aggiornamento: 15:01

Asilo e rimpatri, quell’umanità in bilico

La storia della giovane India di Morbio porta alla luce una realtà che in questi anni ha incrociato la vita dei ticinesi

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Ti-Press
Spesso l’opinione pubblica si è mobilitata

Nomi, volti: loro malgrado sono finiti sui giornali. Storie di rimpatri e scelte forzate, di partenze repentine e di richieste di asilo negato ci hanno messo più volte di fronte (anche a muso duro) a una quotidianità che non sospettavamo, a vite sospese tra la speranza di restare e la paura di doversene andare (di nuovo). In questi anni (almeno gli ultimi sedici) percorrendo il Ticino da sud a nord non è stato difficile, infatti, imbattersi nelle esistenze di giovani, madri e famiglie che da un giorno all’altro hanno visto infrangersi contro norme e burocrazia il loro sogno. In alcuni casi si è riusciti a rovesciare il destino avverso, in altri ci si è dovuti arrendere alla realtà dei fatti. Sempre (o quasi) si è però ricevuto un motivo di conforto: alla freddezza della legge spesso e volentieri ha fatto da contraltare il calore di vicini, compagni di scuola, docenti pronti a mobilitarsi e a coltivare la speranza di non veder partire i loro nuovi amici.

India, la giovane di Morbio Inferiore che dal 2012 con madre e fratello vive in una sorta di limbo e che oggi rischia di essere rimpatriata in Etiopia, non è che l’ultimo nome di un lungo elenco. Ancora una volta le sue vicissitudini hanno riportato alla ribalta un mondo parallelo al nostro, ma invisibile, di una umanità chiusa in casa, non costretta dal lockdown da Covid-19 bensì dall’attesa, di un ‘sì’, di un permesso, della possibilità di costruirsi una nuova esistenza. Per chi, come questa diciannovenne, è arrivato in Svizzera da bambina e qui ha frequentato la scuola dell’obbligo (e con profitto) restare in bilico tra il miraggio di un futuro diverso e la disperazione è una costante della propria quotidianità. Per lei, per India – come per sua madre Munaja e suo fratello Nur, che ha ultimato la formazione da carrozziere ma come ‘sans papiers’ non può lavorare –, dieci anni in Ticino non sono bastati per conquistarsi il diritto di rimanere.

Per Berna però l’Etiopia – Paese nel quale non si riconosce – è considerato sicuro. Ergo, negato l’asilo e negato lo statuto di apolide – sono fuggiti da quella striscia di terra posta fra Etiopia ed Eritrea –, deve essere rimpatriata con la sua famiglia. La sua ex docente di Scuola media e la sua legale si stanno battendo da tempo per smuovere le coscienze e l’opinione pubblica affinché si possa ottenere un permesso di dimora come caso di rigore, ma il lieto fine (in questo come in altri casi) non è per nulla scontato. Non lo è stato neppure per Mayrame e i suoi tre figli – vicenda che ci riporta al Mendrisiotto e al 2011 –, per Arlind, giovane kosovaro del Bellinzonese, per la famiglia curda di Cadenazzo che nel 2015 ha visto sollevare una scuola intera, per Mark, lo studente dello Csia o ancora, l’anno scorso, per Azad. Del resto, nel 1995 è capitato anche alla famiglia di un certo Valon Behrami, allora residente a Stabio, di vedersi negato l’asilo; epilogo al quale si oppose allora il paese.

L’impressione, d’altro canto, è che questa odissea non si esaurirà certo con la storia di India. Modificata nel marzo 2019 la Legge sull’asilo (per accelerare le procedure), è capitato che le vecchie pratiche rimaste inevase siano state ‘smaltite’ con un allontanamento. Rimpatri forzati ordinati dopo anni di residenza in Ticino; e non sono stati pochi, ci assicura chi la prassi la conosce bene.

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