i-talebani-e-kabul-cento-giorni-o-anni-dopo
Keystone
ULTIME NOTIZIE Opinioni
il commento
23 ore

I replicanti del Pd: la criniera logora chi non ce l’ha

Letta riporta avanti la vecchia guardia del Pd imbarcando anche virologi e sindacalisti. Un partito che ormai funziona come un apparato in stile sovietico
Commento
1 gior

Nella padella del ‘woke’

L’interruzione di un piccolo concerto per ‘appropriazione culturale’ offre l’ennesimo pretesto per sparare sul multiculturalismo
Il commento
2 gior

La normalità di un Festival che doveva fare festa

Se già il Concorso ufficiale non ha luce, altri film sono destinati al buio. E non basta la Piazza, forse servirebbe una spiaggia, come fa Cannes
Commento
2 gior

Presidente, che ne dice di ‘Solarissimo’?

Marco Solari ha regnato più di Raimondo Rezzonico, ma ‘il presidentissimo è solo lui’ (e ‘Solarissimo’ fa troppo Megadirettore: si accettano proposte)
Commento
5 gior

L’ultimo apostolo del male social è Andrew Tate

Misoginia, sessismo, razzismo, omofobia, culto della violenza. I suoi contenuti incarnano il peggio della società, eppure è una webstar. Chi è?
il commento
6 gior

Bruce Springsteen ha perso la voce

Biglietti fino a 5mila dollari, i fan protestano, lui tace e manda avanti il suo manager. Eppure il Boss ci aveva insegnato la coscienza sociale
Commento
1 sett

Lugano senza Borradori, un anno dopo

La scomparsa dell’ex sindaco: un bilancio in chiaroscuro dell’operato del Municipio e uno sguardo verso i futuri appuntamenti elettorali
Commento
1 sett

Carlo Calenda, il guastatore

L’ego del nipote di uno dei maestri della commedia all’italiana rischia di consegnare l’Italia al centro-destra del trio Meloni-Salvini-Berlusconi
La formica rossa
1 sett

Aló Presidente, il richiamo ‘bolivariano’ di Alessandro Speziali

Se gli aperitivi in salsa elettorale iniziano già a metà agosto, come faremo ad arrivare ‘fit’ ad aprile 2023?
laR
 
20.12.2021 - 05:30
Aggiornamento: 18:28
di Roberto Antonini, giornalista Rsi

I Talebani e Kabul cento giorni (o anni) dopo

Quest’estate i ‘seminaristi coranici’ tornavano al potere con l’uscita degli Usa dal Paese. Il bilancio è già tragico

Era prevedibile. Oggi l’indignazione lascia il posto all’oblio. Quella realtà torna a essere tanto lontana. Sono trascorsi 4 mesi da quando i cosiddetti “seminaristi coranici” hanno riconquistato l’Afghanistan. Più di 100 giorni, forse in realtà più di 100 anni.

Nel 1919, all’indipendenza, il re Amanullah diede al Paese una costituzione, aprì le scuole alle ragazze, abolì l’obbligo del velo. Una rivoluzione affossata da una storia impietosa, con tonfi e rinascite: all’età aurea, il decennio apertosi nel 1964, seguì la crisi infinita, 42 anni di una guerra iniziata con l’invasione sovietica del 1979, preceduta da una serie di sanguinosi colpi di Stato che portarono al potere in meno di due anni i comunisti Taraki, Amin e Karmal. Fu il primo tentativo di esportare un modello sociale e ideologico: socialismo e laicità, a suo modo una forma di democrazia. L’inenarrabile violenza (nella sola prigione di Pol-e-Tcharki il regime di Taraki fece fucilare oltre 27mila prigionieri, islamisti, mistici sufi, comunisti moderati del partito Partcham) contabilizza nel decennio sovietico forse 2 milioni di morti. La guerra civile ’92-96 tra i mujaheddin precedentemente sostenuti in chiave antisovietica da americani, sauditi e cinesi, riduce città e villaggi a un cumulo di macerie. Poi arrivano loro, i talebani, braccio armato del Pakistan, e portano al potere il terrore oscurantista fino a quando americani e loro alleati dell’Alleanza del Nord non li cacciano all’indomani dell’11 settembre 2001.

Il ventennio americano non pone fine al conflitto che rimane sottotraccia tra un agguato e un bombardamento, forse 200mila morti di cui in buona parte poliziotti e soldati afghani. L’intervento di Washington è andato oltre gli obiettivi iniziali (la cattura dei terroristi di al Qaida), come ricorda il celebre giornalista Massoud Senjar ormai costretto all’esilio: scolarizzazione delle ragazze (dallo 0 all’80%), libertà di stampa (con un numero enorme di giornalisti uccisi dai talebani, ma anche dalle mafie locali), costituzione, modernizzazione, crescita professionale. Così in sintesi la democrazia esportata da una potenza che in realtà non vedeva l’ora di andarsene.

Oggi al potere ritroviamo gli stessi nomi dei tagliagole del 1996. Di certo però non assisteremo a un remake puro e semplice: i vecchi-nuovi padroni devono fare i conti con una realtà sensibilmente mutata: l’emancipazione femminile, i telefoni cellulari, l’urbanizzazione, il baratro economico in cui hanno precipitato il Paese. Oggi indossano una maschera presentabile perché del famigerato Occidente hanno bisogno come l’aria. Che gli effetti speciali della propaganda (con l’inedita compiacenza nei confronti dei giornalisti stranieri) non traggano però in inganno: dietro le quinte uccidono e rapiscono (Human Rights Watch), è tornata la ferrea censura, mentre le scuole sono quasi ovunque off-limits per le ragazze oltre il settimo anno di scolarizzazione.

Che fare? Aiuti diretti tramite conoscenti, scuole in remoto in particolare per le ragazze sulla discreta piattaforma Telegram (una, la Herat Online School in Ticino è gestita da Jamileh Amini, attivista afghana), pressione politica internazionale sono gli strumenti con i quali possiamo ancora, in questo periodo di buoni propositi, tentare di sottrarre il Paese al dramma di una non vita.

Seleziona il tag per leggere articoli con lo stesso tema:
afghanistan talebani
Potrebbe interessarti anche
© Regiopress, All rights reserved