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23.10.2021 - 05:30

Un tonno da 475 milioni di dollari per Credit Suisse

Altra tegola sulla reputazione della banca, dopo il crack miliardario della Greensill Capital della scorsa primavera

di Generoso Chiaradonna
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Keystone

Un salasso da 475 milioni di dollari, quello a cui è stato sottoposto Credit Suisse dalle autorità statunitensi e britanniche questa settimana. Una transazione extragiudiziale per risolvere il caso di corruzione e frode da due miliardi di dollari in cui la seconda banca svizzera era coinvolta in Mozambico, mentre la sua controllata negli Usa si è dichiarata colpevole del reato di cospirazione a New York. Insomma, l’ennesimo smacco reputazionale per l’istituto di credito che è alle prese con un difficile riorientamento strategico dopo il caso Greensill Capital che costò – la scorsa primavera – alcuni miliardi di franchi, tra perdita diretta nel fallimentare investimento speculativo e il tracollo della capitalizzazione di Borsa che ne seguì. A oggi l’azione di Credit Suisse è quotata a meno di 10 franchi, tanto che è diventata una facile preda di eventuali acquirenti.

I risvolti del caso Mozambico sono da manuale del truffatore. Le accuse statunitensi e britanniche riguardavano quasi un miliardo di dollari – sui due in totale – frutto in prevalenza di prestiti della Banca mondiale e donazioni di governi stranieri nell’ambito dell’aiuto allo sviluppo, tra cui anche la Svizzera. Questa somma è stata ‘riconfezionata’ – tra il 2013 e il 2016 – in strumenti di debito piazzati sul mercato obbligazionario internazionale con promesse di rendimento stratosferico (8,5% l’anno) dagli esperti della filiale britannica di Credit Suisse. Il ricavato è stato investito in due società pubbliche del Mozambico attive nella pesca del tonno: la ProIndicus Sa ed Empresa Moçambicana de Atum Sa. Gran parte dei proventi sono invece finiti in tangenti spartite fra tre ex banchieri di Credit Suisse e alcuni funzionari del governo del Mozambico. Le imprese si sono rivelate fallimentari tanto da costringere lo stesso Stato a ripianare le perdite. Un furto in grande stile (200 milioni l’illecito profitto) ai danni dei più deboli.

Una figuraccia mondiale per Credit Suisse che si aggiunge alla recente tirata di orecchie, tutta nazionale, della Finma, l’Autorità svizzera di vigilanza sui mercati finanziari, per un altro caso: il pedinamento di suoi ex dirigenti. Dall’indagine è infatti emerso che l’istituto, nel periodo tra il 2016 e il 2019, aveva pianificato sette pedinamenti, gran parte dei quali sono stati poi effettuati. Nel mirino c’erano membri della direzione in Svizzera e altri ex collaboratori, nonché soggetti terzi all’estero. Una vicenda grottesca sorta da una lite di vicinato tra l’ex Ceo Tidjane Thiam e Iqbal Khan, all’epoca capo del settore wealth management di Credit Suisse in procinto di passare, nella stessa funzione, alla concorrente Ubs. Una vicenda imbarazzante, dicevamo, se non fosse che nel frattempo uno dei detective ingaggiati si è suicidato.

Secondo il rapporto della Finma, le modalità di pianificazione e svolgimento dell’attività di pedinamento hanno messo in luce “notevoli carenze” a livello di buon governo d’impresa. Nella maggior parte dei casi sono state prese decisioni in merito ai pedinamenti in modo informale e senza una motivazione plausibile. Inoltre, sono state emesse in modo grossolano e saldate fatture per le spese sostenute. In un caso, una fattura è stata modificata a posteriori per occultare le spese relative a un pedinamento. Insomma, prassi che non si addicono di certo a una società quotata che chiede la fiducia di investitori e risparmiatori diretta da manager molto ben pagati e teoricamente meglio preparati dell’ultimo degli impiegati.

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