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07.10.2021 - 05:30
Aggiornamento: 18.11.2021 - 18:01

Svizzera, che par solo una transizione

È come se il discorso intavolato per sette anni con Vladimir Petkovic fosse stato interrotto sul più bello. In attesa della Nazionale di Yakin

Smarrimento e incredulità: la sensazione era questa, all’inizio, una volta materializzatosi uno scenario che non era nei programmi, né nelle previsioni. È come se il discorso intavolato per sette anni con Vladimir Petkovic fosse stato interrotto sul più bello. “Ma come? Andavamo così bene”. Sull’onda lunga di un successo di portata storica quale i quarti di finale di un Europeo, tutto si poteva ipotizzare, tranne che l’artefice di cotanta impresa sportiva decidesse di chiamarsi fuori, scegliendo di non godersi gli effetti benefici di un percorso che avrebbe dovuto arrivare a compimento ai Mondiali del prossimo anno, nel momento di massima espressione calcistica dei senatori del gruppo e di completa maturazione di chi nel frattempo ha integrato il gruppo rossocrociato assicurandone il futuro ad alti livelli, pur contribuendo già al suo presente.

La sensazione permane questa. Nonostante l’iniziale incredulità per una partenza tutto fuorché annunciata che ha privato la Nazionale di un punto di riferimento attorno al quale si era compattata fino a ottenere risultati clamorosi quanto storici, sia stata soppiantata dalla fiducia che è giusto accordare a chi è stato invitato a salire non sul carro dei vincitori, bensì su un treno in corsa, con tutte le difficoltà del caso. Su tutte, quella di confermarsi a certi livelli. Esercizio ben più complicato che salirci.

“Ma sì, dai, vediamo come va con Murat”, ci siamo detti. Del resto, Vlado ha fatto la sua scelta, gli allenatori vanno e vengono, la Nazionale resta. Avanti il prossimo, secondo una logica non propria solo allo sport, disciplina che però questo principio lo applica con una cadenza sovente esagerata.

E come sta andando? Benino, dai, ma nulla più. L’impressione, o meglio la sensazione che si ricava, è che Yakin si ritrovi al centro di una fase di transizione, più che all’alba di un nuovo ciclo. È come se pagasse il prezzo della brusca e inattesa interruzione di un percorso che non è il suo, nel cuore di un “momentum” senza grandi picchi emotivi e tecnici. Di quelli che, per contro, hanno caratterizzato la precedente gestione. Come se il Mondiale invernale del prossimo anno fosse una tappa - che lo si raggiunga o meno - verso un obiettivo più lontano nel tempo, una volta calibrata la Nazionale sul nuovo allenatore. Il quale se l’è ritrovata per le mani costruita da un altro e senza il tempo per farla davvero propria.

Non che Yakin non abbia cercato di dare la sua impronta, ma è come se non fosse sbocciato l’amore in tutte le sue declinazioni: passione, coinvolgimento, emozioni, per intenderci. Vuoi perché i rossocrociati sono quelli, elemento più, elemento meno; vuoi anche perché i risultati non sono stati straordinari, al netto delle assenze di peso che lo hanno privato di alcune pedine di uno scacchiere che Petkovic aveva sempre occupato con tutti i pezzi migliori. Benino, appunto. Ma manca qualcosa.

Sono 33 i rossocrociati finora convocati da Yakin. I soli Cédric Zesiger e Sandro Lauper non erano mai stati chiamati da Petkovic. Diciassette dei ventiquattro giocatori in ritiro a Losanna hanno preso parte agli Europei. Sarebbero di più, senza le note assenze di peso (Xhaka e Seferovic su tutte). Non si può che parlare di continuità. Il limite forse è proprio in questo concetto. Nuovo? No, già visto. Un colpo alle emozioni. Una transizione. In attesa della Svizzera di Yakin.

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