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Chiamiamolo Pietro (Ti-Press)
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laR
 
28.08.2021 - 05:30

Storia di un apprendista sopravvissuto al lockdown

Lunedì prossimo circa duemila ragazzi inizieranno un percorso di formazione professionale. Altri 350 invece restano fuori dai radar

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Sono quasi duemila i ragazzi che lunedì prossimo in Ticino inizieranno un percorso di formazione professionale. Questa è la storia di uno di loro.

Per comodità diamo un nome al nostro apprendista: chiamiamolo Pietro. Un ragazzo che poco più di un anno fa frequentava la terza media, quando il diffondersi del coronavirus costrinse le autorità a decidere la chiusura delle scuole. Eravamo in primavera. Pietro era temporaneamente figlio unico in una famiglia temporaneamente monoparentale.

Come andarono le cose più o meno ce lo ricordiamo tutti: aule svuotate e il repentino passaggio alla modalità d’insegnamento a distanza. In molti casi, come in quello di Pietro, l’esperienza fu piuttosto traumatica. Con un padre impegnato al lavoro – ritenuto “essenziale” dalle autorità –, le scuole ferme, i compagni rinchiusi in casa e pochi contatti col mondo esterno, il ragazzo si trovò nella necessità di crearsi un suo universo parallelo. Uno spazio in cui la proposta dell’insegnamento a distanza non riuscì a dargli la struttura di cui lui avrebbe avuto bisogno, anche e soprattutto per l’assenza di una figura genitoriale in grado di stargli vicino.

Il vuoto però Pietro in qualche modo doveva pure riempirlo, e così fece. Ci furono eccessi e litigi, violenza, smarrimento, fermi di polizia e colloqui col magistrato dei minorenni, ricovero in pronto soccorso e qualche ipotesi d’internato in istituto. La piena ripresa della scuola in presenza, a settembre del 2020, arrivò purtroppo troppo tardi: Pietro doveva finire le Medie ma ormai era entrato in un processo autodistruttivo che evidentemente non si spiega soltanto con la pandemia, ma che il lockdown potenziò e in qualche modo precipitò. Pietro non era più figlio unico e la sua famiglia tornò a essere biparentale. Ma lui non era più in grado di frequentare la scuola. Il buio diventò più denso. Ci fu un tentativo di trovare risposte con un viaggio all’estero, ma non c’è stato verso. D’altronde si sa: quando convivi con un forte disagio, te lo porti appresso, ovunque tu vada. Tant’è che Pietro tornò in Ticino, ormai senza più possibilità di ottenere la licenza di scuola media, privo di stimoli e in una situazione che anche dal punto di vista clinico diventava sempre più complessa. A tutti gli effetti Pietro era un candidato a ingrossare quel 10% di ragazzi che, nel nostro cantone, escono prematuramente dai radar del sistema formativo e che spesso finiscono per diventare dei veri casi sociali.

Chi lo ha frequentato durante tutto quel periodo racconta che, anche nei peggiori momenti, ci fu sempre qualcuno accanto che continuò a credere in lui, accompagnandolo, spronandolo a cercare una via di uscita. Pietro, seppur confuso e disorientato, lo percepì. E trovò in suo padre un appiglio. Così, tutt’a un tratto c’è stata la svolta: comparve una possibilità e il ragazzo tirò fuori le sue risorse migliori. Lo stage estivo per guadagnare qualche soldo si trasformò in una chance concreta di assunzione. Anche grazie alla pazienza di due bravi artigiani che si dissero disposti a correre il rischio di “puntare” su di lui.

Lunedì prossimo Pietro incomincia il suo apprendistato. Come lui, altri duemila ragazzi in Ticino. Quanti ne restano fuori? Il Decs parla di 350 giovani ogni anno. Ragazzi che vanno raggiunti, per permettere che il lieto fine della storia di Pietro possa diventare l’inizio di un percorso di salute e di apprendimento per tutti.

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