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31.07.2021 - 05:300

L’utilità delle catastrofi

È il colmo che le autorità e anche il popolo votante abbiano bisogno delle calamità per correggere politiche sbagliate

Chissà se la legge sul CO2, bocciata dagli svizzeri di stretta misura in giugno (51,6% di no), sarebbe stata affossata ugualmente se si fosse votato dopo le alluvioni che hanno colpito la Germania, il Belgio e anche la Svizzera in luglio? Il voto ha sempre una componente emozionale e il tema del clima e dell’ambiente non sfugge a questa regola. Basti pensare a Fukushima, il disastro nucleare giapponese del 2011, che mise il Consiglio federale a velocità supersonica sulla strada dell’abbandono dell’energia nucleare. È il colmo che le autorità e anche il popolo votante abbiano bisogno delle calamità per correggere politiche conservative o sbagliate.

Angela Merkel, dopo le alluvioni, ha detto che non ha fatto abbastanza per il clima. La commissaria europea Von der Leyen ha dichiarato: “L’intensità e la durata degli eventi sono una chiara indicazione del cambiamento climatico”. Dichiarazione emotiva, non scientificamente corretta, anche se politicamente condivisibile. Le alluvioni di luglio non si spiegano solo con il cambiamento climatico. In proposito è molto chiaro Marco Gaia, responsabile di Meteo Svizzera a Locarno: “Il cambiamento climatico è in atto: giustificare qualunque fenomeno meteorologico che va al di là della norma con il cambiamento climatico non sarebbe veramente corretto”. Sembra accertato che l’aumento della temperatura determina una maggiore intensità dei fenomeni meteorologici ma, appunto, non è tutto. Non vanno dimenticate la politica di (ab)uso del territorio e le condizioni del suolo che, nel corso degli ultimi decenni, è stato cementificato in misura notevole. Il riscaldamento climatico non può diventare il capro espiatorio di tutti gli errori dei politici in materia, per esempio, di pianificazione e gestione del territorio!

Se non vogliamo andare incontro al baratro, bisogna prevenire. Il rettore dell’Università di Losanna, Fréderic Herman, non si dà pace, pensando al voto sulla legge CO2: “Come è possibile che un’iniziativa il cui obiettivo finale è la sopravvivenza della nostra specie non abbia ottenuto una maggioranza?”. Forse perché gli svizzeri si sentono superiori, a prescindere. Vedi la narrazione, particolarmente irritante, della destra, che ripete incessantemente che, essendo il nostro un Paese piccolo, non ha senso imporci sacrifici a favore dell’ambiente. La Svizzera contribuisce nella misura dello 0,1% alle emissioni nocive, la Cina del 27%, gli Usa del 13%. Ma ciò non basta ad alleggerire le coscienze. Questo messaggio è grave e pernicioso, privo di senso civico. È come se dicessimo ai nostri figli e nipoti: butta pure la cartaccia per terra, sei solo uno, o una, su 8 milioni...

L’Unione europea ha lanciato il progetto “Fit for 55”, che prevede di raggiungere entro il 2030 gli obiettivi del Green Deal: ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto ai livelli del 1990 e arrivare a zero emissioni nel 2050. La strada è quella giusta, ma la Svizzera non ci sta. Dobbiamo aspettare di subire altre catastrofi ambientali per prendere le misure necessarie e non rinviabili?

“Finché la nostra casa non è stata né bruciata né inondata – afferma Julia Steinberger, esperta di ambiente all’Uni di Losanna –, finché, come Paese prospero, avremo da mangiare, perché preoccuparci di qualche scienziato disperato, che usa paroloni allarmisti e non è neanche in grado di apprezzare una piccola canicola qua o là?”.

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