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laR
 
15.06.2021 - 05:30
Aggiornamento: 16.06.2021 - 17:37

Realpolitik alla ginevrina

Biden e Putin verso un summit che non fa presagire nulla di buono. Ma il precedente Reagan-Gorbaciov, in piena Guerra fredda, può farci sperare.

realpolitik-alla-ginevrina
Biden e Putin (Keystone)

Si compiace, la Svizzera, di offrire i servigi della proprio neutralità. In realtà, di mettere a disposizione due comode poltrone. Per i due ospiti eccellenti. La retorica elvetica suona anche un po’ stucchevole (“Ginevra al centro del mondo”), trito surrogato allo stato non certo apprezzabile della nostra politica estera, poco costruttiva, originale, dinamica.

Così, inevitabilmente, per esaltare l’evento di domani si rispolvera la memoria di un altro grande vertice, novembre 1985, sempre sulle rive del Lemano, quando Reagan e Gorbaciov, riuscirono a rompere il ghiaccio della guerra fredda, quella vera, dei due blocchi nucleari contrapposti, cui seguì a breve la prima intesa dei sovrabbondanti arsenali atomici. Allora, clima inaspettatamente idilliaco, con il russo che cita la Bibbia, “c’è un tempo per ogni cosa”, e l’americano pronto a ribattere “anche il tempo di lavorare insieme” (troppo bello per non essere stata preparata).

Ci si aggrappa all’aneddoto per sperare che, fra il super- dinamico ‘zio Joe’ e il gelido neo-zar, lo scenario si ripeta.

 


Souvenir dell'incontro Reagan-Gorbaciov a Ginevra, nel 1985 (Keystone)

Perché, a guardar le sole premesse, fra un “lui è un killer” e un “chi lo dice lo è”, e le successive reciproche accuse (soprattutto americane: spionaggio russo, occupazione parziale della Crimea, violazione dei diritti umani) ci sarebbe poco da essere fiduciosi, mentre il russo esalta Trump “uomo di talento” e derubrica Biden a “politico di professione”.

Ma è dimenticare che la realpolitik ha ragioni che il sentimento non può avere. Quindi, uno spiraglio pur piccolo rimane. Anche se non si capisce bene per farne cosa.

L’America ha chiamato all’allineamento i suoi alleati europei (non proprio entusiasti) e ottenuto dalla Nato (i cui confini non dovrebbero superare di molto il quadrilatero atlantico) di elevare la Cina a nemico pubblico numero uno. Trump era ‘America first’, Biden “America is back”, ma pur con altri metodi, non polemici ma inclusivi, continua a imporre ai partner il suo menu. Con quale obiettivo? L’ha ben descritto il direttore della rivista geo-strategica Limes, Lucio Caracciolo. Nostra sintesi: rinsaldare i vincoli con l’Europa, averla al fianco nel contenimento della Russia, concentrarsi poi sull’aspro confronto con il nuovo nemico, la Cina non più potenza dai piedi ancora d’argilla (come pensa sia rimasta la Russia) ma già superpotenza in grado di imporsi in economia, tecnologia, strategia per strappare agli Stati Uniti il primato planetario.
Se la gioca tutta, il 41esimo presidente Usa. E rischia.

Rischia di ritrovarsi alla fine con alleati troppo riottosi di andare al totale scontro politico-economico con Pechino, e con una Russia tutt’altro che cedevole (a meno di concessioni americane sostanziose, ma quali?) all’idea di servire il gioco del nemico d’oltre Atlantico allentando o addirittura compromettendo la stagione di buona collaborazione su diversi fronti con l’ex nemico cinese (lontani i tempi degli scontri armati lungo il fiume Ussuri fra i due poli comunisti, con Washington compiaciuto osservatore). E già c’è chi pronostica ‘scenari da incubo’, per il riproposto leader del ‘mondo libero’. Ginevra qualcosa dovrà rivelare delle possibilità del calcolo americano, e della risposta dello scacchista ex sovietico. Ma è improbabile che uno dei due rispolveri quel versetto della Bibbia.

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