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29.04.2021 - 05:300
Aggiornamento : 11.05.2021 - 14:02

La matita spezzata: sentenza all'ex funzionario Dss

Quando denunciare una violenza sessuale diventa un percorso straziante

Una matita fatta in mille pezzi in un’aula di tribunale. A ridurla così una giovane donna, distrutta, lei, dagli abusi psicologici e fisici di un uomo, un ex funzionario del Dss, che doveva essere una persona di riferimento, la voce dei giovani in Ticino. E invece no, condannato in primo grado per coazione sessuale, in appello è stata riconosciuta anche la violenza carnale. Ne è risultata una pena a 18 mesi di carcere. Sospesi. A cui si aggiungono il risarcimento per il torto morale e il versamento di parte delle spese procedurali.

Una sentenza che dà un po’ di speranza, che mostra che la sensibilità c’è. Una sentenza che però non poteva essere più dura perché, secondo la Corte di appello e revisione penale, sono passati molti anni dai fatti e l’autore non ha interessato la giustizia penale per un “prolungato lasso di tempo”. Ma rimane una sentenza blanda se si pensa alla vita spezzata di una ragazza, all'epoca dei fatti, poco più che diciottenne. Un’età dove il carattere si forma e spesso sono presenti insicurezza e smarrimento. Non che sia meno grave uno stupro inflitto a persone più grandi, ma durante l’adolescenza gli strumenti per affrontare la vita sono ancora in fase di affilamento.

Quanta sofferenza, quanto buio, quanta rabbia ha provato la vittima in questi anni? Solo lei lo sa. Di certo doversi trovare faccia a faccia, ancora, con il proprio carnefice è lacerante. Ancora di più dover sentire le parole dell’avvocato che sminuiscono le sue accuse. Prova a sopportarle, scuote la testa, abbassa lo sguardo per non mostrare le lacrime e stringe forte quei pezzetti di matita. 

Questa è la storia di una donna che ha deciso di andare fino in fondo, con tutto il dolore ulteriore che ne è scaturito. Dover descrivere, ancora e ancora, i fatti di natura intima subiti. Non viene messo in dubbio il diritto dell’accusato di difendersi, ma la giurisprudenza – e lo vediamo bene in questo caso – permette a un uomo di stuprare una donna e non andare in carcere. Questo perché è successo tanti anni fa. Ed ecco qui l’impasse. Il tempo. Quanto è il limite accettabile per denunciare uno stupro? Secondo alcuni bisogna andare in ospedale o in polizia subito dopo, perché altrimenti non si è credibili. Uno fra questi è Beppe Grillo, noto comico italiano diventato capo politico, il cui figlio è indagato per violenza sessuale: “Una persona che viene stuprata alla mattina, al pomeriggio va in kitesurf e dopo 8 giorni fa la denuncia... è strano!”. Indignazione generale, programmi televisivi che mandano in loop un Grillo furioso, commentatori di ogni genere. Da lì i social e l'hashtag #ilgiornodopo lanciato da una vittima di stupro con l’intento di raccogliere le testimonianze di donne che raccontano cosa hanno fatto il giorno dopo la violenza. “Il giorno dopo ho dato un esame”, “il giorno dopo l’ho abbracciato”... Ognuno reagisce a modo suo, c’è chi si sente in colpa, chi si vergogna, chi per difesa preferisce non fare nulla. 

La verità è che il sistema giuridico non invoglia a denunciare. Si ha paura, paura di non essere creduti, di dover dimostrare di aver opposto resistenza e rivivere qualcosa che si vuole solo dimenticare, che fa sentire sporchi. Ogni stupro, ogni violenza o coazione sessuale dovrebbe poter essere denunciata e perseguita quando la vittima è pronta a parlare. Diritto all’oblio? Prescrizione dei reati? È vero, esistono. Ma siamo così sicuri che abbiano ragion d’essere per crimini che toccano così nel profondo e che spesso necessitano di anni per essere elaborati dalla vittima?

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