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Fino al coronavirus i vaccini non sono mai stati un buon affare (Ti-Press)
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26.03.2021 - 05:300
Aggiornamento : 16:22

Il vaccino, lo smartphone e il cibo sprecato

Tre esempi che provano l’inefficacia del mercato quale meccanismo unico e 'autoregolato' per l’assegnazione delle risorse

Prendiamo un oggetto a caso. Lo smartphone. Quanti telefonini vengono prodotti ogni anno in tutto il mondo? Più di un miliardo. Da tempo ormai, rileva uno studio della Banca Mondiale, i cellulari superano il numero di persone sulla Terra (siamo circa 7,8 miliardi).

Guardiamo cosa succede con gli alimenti. Secondo un rapporto del Wwf di fine 2020 circa un terzo del cibo prodotto per il consumo umano (1,3 miliardi di tonnellate) viene perduto o sprecato ogni anno. Contemporaneamente nel mondo ci sono 820 milioni di persone che soffrono la fame.

Parliamo ora di vaccini anticovid. In questa prima fase la campagna vaccinale, in Svizzera come in molti altri Paesi, è stata caratterizzata da una scarsità di dosi piuttosto preoccupante.

Da aprile nella Confederazione ci dovrebbe essere un’accelerazione. Ed entro la fine di giugno – hanno assicurato ieri a Berna i consiglieri federali Berset e Parmelin – potranno essere vaccinate tutte le persone che lo vorranno. Staremo a vedere.

Ci si potrebbe però chiedere come mai in quasi tutto il mondo l’offerta di vaccini sia stata finora così fragile di fronte a una domanda enorme.

Un motivo c’è, e ben preciso. I vaccini, fino al coronavirus, non sono mai stati un buon affare. Lo ha spiegato bene al Financial Times il ricercatore Zain Rizvi. Per questo i giganti farmaceutici che storicamente producono grandi quantità di vaccini in tutto il mondo sono stati battuti sul tempo da aziende di biotecnologia come la startup BioNTech.

Il ritardo accumulato dai giganti ha avuto un impatto notevole sulla quantità di dosi immediatamente disponibili. “L’incapacità dei più grandi produttori di vaccini al mondo di prendere sul serio la crisi e dare una risposta diretta – ha detto Rizvi - è indicativa del più grande fallimento del modello di business del settore nel dare la priorità alle esigenze di salute pubblica”.

La questione è che nei tre esempi appena esposti (vaccini, smartphone e cibo) è possibile identificare un comun denominatore. Ognuno a suo modo dimostra l’inefficacia del mercato quale meccanismo unico e “autoregolato” per l’assegnazione delle risorse, in particolare per quel che riguarda beni e servizi essenziali.

Sarebbe andata sicuramente meglio se la produzione di vaccini fosse stata concepita in relazione ai bisogni delle persone. Ma, appunto, sappiamo che così non è stato. La produzione (non solo di vaccini) è guidata dalla ricerca del profitto.

Questo, tra l’altro, è il motivo per cui in generale ci si confronta con crisi di sovrapproduzione. Vi sono poi situazioni drammatiche e paradossali, come quella del cibo. In teoria sufficiente per sfamare tutti; in pratica spreco da un lato, miseria dall’altro.

Con i vaccini assistiamo invece a un caso piuttosto raro di sottoproduzione, che consente a una manciata di aziende di costituire un oligopolio che si spartisce la domanda pressoché infinita di sieri. Aziende che beneficiano di una sorta di rendita momentanea dall’innovazione. Momentanea perché la dinamica stessa dell’economia di mercato probabilmente porterà la tecnologia di questi vaccini a diventare predominante. E allora la carenza di dosi man mano scomparirà.

Peccato che nel frattempo saranno anche scomparsi milioni di vite umane e di posti di lavoro.

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