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laR
 
21.03.2021 - 17:58
Aggiornamento: 19:07

Forse non super, ma di certo un po’ eroi

Con il trionfo di Pinturault e Vlhova si è chiusa una stagione complicata ma nella quale le emozioni (grazie ai rossocrociati in primis) non sono mancate

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Keystone
Petra si prende la Coppa, Lara osserva
+3

Non sono supereroi. Forse a volte, per come si lanciano a capofitto a velocità inimmaginabili per tutti gli altri comuni mortali sui pendii di mezzo mondo, possono sembrare invincibili. Ma non lo sono. Che sono umani, gli sciatori della Coppa del mondo, ce lo ricordano purtroppo gli infortuni, per fortuna le emozioni. Belle o brutte. Che fanno ridere o piangere, illuminarsi o incupirsi, gioire o arrabbiarsi, che riempiono o che svuotano.

Lara scivola alla fine di un'annata che resta straordinaria

In quest'ultimo modo, ha detto di sentirsi Lara Gut-Behrami giustificando l'eliminazione dopo tre porte dell'ormai inutile (per lei) gigante delle finali di Lenzerheide, con un errore che anche a cercarlo, è difficile trovarlo. Semplicemente, la ticinese ha deciso che in realtà la sua stagione si era già conclusa nel momento in cui Petra Vlhova, il giorno prima, aveva messo le mani sulla Cdm generale. Anzi ancora prima, quando l'annullamento delle due prove veloci le aveva di fatto tolto ogni speranza di conquistare la sua seconda Coppona dopo quella del 2016. Lei ha detto di averci provato a trovare le energie per affrontare anche il gigante conclusivo, ma di essersi resa conto al cancelletto di partenza di non averle e di essersi fermata per non rischiare di farsi male come in passato. Qualcuno ci ha anche visto una sorta di protesta nei confronti di un regolamento discutibile che non permette spostamenti di gare nella settimana finale di una Coppa del mondo che oltretutto prevede già in partenza un differente numero di prove nelle varie discipline (decisamente di più quelle tecniche rispetto a quelle veloci).

Ma in fondo poco importa, rimane un'uscita di scena discutibile, probabilmente non giustificabile anche se per certi versi comprensibile, al termine di una stagione infinitamente intensa e dispendiosa forse più mentalmente che fisicamente – i numerosissimi tamponi (ogni giorno per gli atleti rossocrociati) e tutte le restrizioni necessarie in tempi di pandemia per viaggiare non hanno di certo aiutato – per tutti, figuriamoci per chi ha lottato per qualcosa di così grande e importante fino all’ultimo. E che fino all’ultimo ci ha creduto, perché per quanto abbia lei stessa sempre detto di non aver mai posto la conquista del grande globo di cristallo quale obiettivo stagionale, stiamo parlando di una ragazza che quando poteva vincere, ha sempre voluto solo quello e non si è mai accontentata: ricordate le lacrime amare sul podio dei Giochi di Sochi 2014 per la vittoria in discesa sfumata di 10 centesimi, nonostante al collo avesse, a 22 anni, la sua prima medaglia olimpica? È vero, Lara è cresciuta ed è maturata tanto come atleta quanto come donna, ma lo spirito competitivo e la voglia di imporsi sono sempre rimasti immutati e in fondo sono anche ciò che le ha permesso di superare infortuni (in particolare quello ai Mondiali del 2017 a St. Moritz, dopo il quale ha faticato maledettamente a tornare sui livelli di prima) e critiche e di tornare a essere, seppur senza la corona che aveva indossato nel 2016, una delle regine del Circo Bianco.

E lo ha fatto attraverso una stagione straordinaria, all’inizio della quale qualcuno la dava persino per finita, senza tuttavia aver fatto i conti con la tenacia di una campionessa che gara dopo gara è cresciuta, ritrovando dapprima la regolarità e in seguito gli acuti, tornando sul podio in quattro discipline diverse (nell’ordine parallelo, super-G, discesa e gigante) e raggiungendo la consacrazione ai Mondiali di Cortina, dove non si è limitata a conquistare quel titolo che ancora le mancava a un grande appuntamento, bensì se ne è presi due, in supergigante e in gigante. Abbastanza – quasi troppo – per chiunque, ma evidentemente non per Lara, che dopo aver visto scivolare via il grande globo di cristallo ha chiuso pure lei con un poco elegante scivolone (mettiamolo via così) un inverno che merita comunque solo applausi.

Da predestinato a campione, il passo per Marco è stato breve

Come merita una standing ovation l’altro fenomeno rossocrociato, Marco Odermatt, che ancora più della ticinese senza l’annullamento delle due (ma anche una sola) prove di velocità avrebbe potuto giocarsi fino all’ultimo, ad appena 23 anni, la Coppa della generale. Invece, forse proprio la mancanza di esperienza e un pizzico di nervosismo misto a delusione per quanto capitato nei giorni precedenti, gli hanno giocato un brutto scherzo e con una controprestazione nell’ultimo gigante oltre alla grande coppa ha lasciato a Pinturault anche quella di gigante. Un finale amaro (come l’eliminazione nel gigante mondiale) che non rovina però più di tanto una stagione eccezionale da nove podi (tre vittorie, due tra le porte larghe e una in superG) con la quale il predestinato del canton Nidvaldo – nel 2018 si era messo in tasca cinque ori iridati a livello juniores – ha annunciato di essere già pronto a dominare anche tra i “grandi”.

In una stagione del genere, in fondo vincono tutti

E a proposito di grandi, è a due campioni con la C maiuscola che si sono inchinati Marco e Lara: da una parte un Alexis Pinturault che nel giorno del suo 30esimo compleanno si è finalmente scrollato di dosso l’etichetta di eterno secondo riportando la grande coppa in Francia 24 anni dopo Alphand con stile, ossia troncando qualsiasi tipo di polemica con una vittoria (in gigante) e un terzo posto (in slalom) ai quali Odermatt difficilmente avrebbe potuto rispondere; dall’altra una Petra Vlhova quasi commovente nel disputare praticamente ogni gara possibile di una stagione nella quale sono state proprio la sua regolarità unita al numero di prove disputate a fare la differenza, visto che la 25enne slovacca ha ottenuto sei vittorie e dieci podi come Gut-Behrami, ma è scesa in pista 31 volte contro le 22 della ticinese.

Chapeau ai trionfatori quindi, anche se in fondo al termine di una stagione come questa c’è da togliersi il cappello di fronte a tutti gli attori – Fis e addetti ai lavori compresi – che ci hanno regalato, nonostante tutto, un altro grande inverno di sci. A cominciare dall'intera la squadra elvetica – come non citare l’eterno Beat Feuz capace di conquistare il suo quarto globo di discesa consecutivo, una Michelle Gisin tanto “all-round” da chiudere sul podio della generale a 126 punti dalla ticinese e una Corinne Suter ancora ai vertici di una velocità che le ha regalato anche due medaglie iridate – che per il secondo anno consecutivo ha chiuso davanti a tutti la classifica per nazioni. Ma i nostri applausi vanno anche a chi questa Coppa del mondo non è purtroppo riuscito a portarla a termine – molti i gravi infortuni, gli ultimi terribili a Kajsa Vickhoff Lie e Rosina Schneeberger (frattura di tibia e perone) in Val di Fassa a fine febbraio –, chi lo ha fatto con grande fatica – pensiamo ad esempio a una Mikaela Shiffrin che ancora va in partenza con il dolore dentro per la morte del padre di oltre un anno fa – e chi per l’ultima volta, come i vari Grange, Reichelt, Ligety e Irene Curtoni. 

Tutti assieme ci hanno regalato anche in questa annata maledettamente complicata la solita valanga di emozioni e se forse non super, un po’ eroi (sportivamente parlando) lo sono stati.

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