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04.03.2021 - 06:000

L'obiettivo resta l'autoimmunità (sanitaria e sociale)

Nei mesi a venire si conteranno le vittime economiche del coronavirus. Toccherà alla società civile insegnare alla politica a proteggersi da sé stessa

La maggioranza del parlamento crede che in Svizzera l’imposizione fiscale sia relativamente elevata (in relazione a cosa?) e che la ricchezza sia già ben ridistribuita. Lo ha ribadito martedì nel dibattito che ha preceduto l’affossamento al consiglio degli Stati dell’iniziativa 99%, volta ad aumentare le imposte all’1% più ricco della popolazione e a sgravare i redditi medi e bassi. Curioso è che nel frattempo (notizia di qualche giorno fa) sempre più milionari scelgano di venire a vivere in Svizzera, in particolare durante il periodo pandemico, perché considerano il livello di imposizione fiscale vantaggioso e perché ritengono poco probabile che da noi ci possa essere un incremento delle tasse. Queste persone dicono inoltre di aver paura di essere chiamati alla cassa nei loro paesi di origine a causa della crisi economica innescata dalla diffusione del Covid-19. 

Probabilmente nessuno di questi nuovi ‘expat’ avrà letto quanto ha scritto di recente la ‘senatrice’ ticinese Marina Carobbio su queste colonne: “È giunto il momento di riflettere sull’introduzione di un’imposta di crisi sugli alti patrimoni e su quelle aziende che hanno fatto importanti guadagni nonostante la pandemia”. Idea lungimirante o folle? Una prima questione riguarda la tempistica: oggi pensare di introdurre un nuovo balzello sui grandi patrimoni, in un contesto di contrazione dell’attività economica, non sembra essere la misura più opportuna. Soprattutto in uno Stato con finanze sane e con risorse piuttosto infinite per fronteggiare il momento più duro della crisi (“I Paesi con monete sovrane non resteranno mai senza soldi per finanziare la spesa pubblica”, dice Stephanie Kelton, autrice del libro ‘Il mito del deficit’). Da un punto di vista piuttosto pragmatico si potrebbe affermare che finché durerà l’incertezza non sono auspicabili né aumenti di imposta, né tanto meno tagli di spesa. Dopo più di un anno di pandemia dovrebbe essere assodato, tanto a destra come a sinistra, che la perdita di ricchezza determinata dalle misure introdotte per contenere la propagazione del virus, può soltanto essere compensata da un massiccio intervento dello Stato. Ciò però non toglie che prossimamente la discussione sull’imposta sui grandi patrimoni potrebbe diventare interessante.

Un po’ di futurologia: nei mesi a venire, dopo che la maggior parte della popolazione sarà stata vaccinata, l’attività economica comincerà a riprendere vigore. Superata l’emergenza, i pregiudizi a proposito di quello che verrà definito uno ‘smisurato’ intervento dello Stato torneranno in auge, e molto probabilmente assisteremo a una ritirata piuttosto celere del Welfare rimesso in piedi per contrastare i devastanti effetti sociali della pandemia. Sarà solo allora che si conteranno le vittime economiche del coronavirus. E nel frattempo la necessità di risanare le finanze pubbliche diventerà il mantra preferito della maggior parte delle forze politiche

Quando arriveremo lì sarà meglio ricordarsi della ‘provocazione’ lanciata da Marina Carobbio. Visti gli equilibri che contraddistinguono il parlamento è quasi scontato che una tale proposta non troverà grandi consensi. L’unica possibile sorpresa in un dibattito di questo tipo potrebbe arrivare dal basso, da una società civile che anche grazie all’inverosimile esperienza vissuta col virus abbia insegnato alla politica a proteggersi da sé stessa.

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