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Le origini del virus, la volpe, la Cina, l’Oms

Secondo gli ispettori internazionali l’ipotesi di un incidente di laboratorio è altamente improbabile. Ma tutto dipende dalla fiducia che vogliamo, o dobbiamo, riporre nelle autorità cinesi

Andrà tutto bene (Keystone)
10 febbraio 2021
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C’è una grande incognita, nei primi risultati dell’indagine avviata dall’Organizzazione mondiale della sanità sulle origini del coronavirus.

In una lunga conferenza stampa – tanto lunga quanto povera di novità, hanno già commentato alcuni –, il gruppo di esperti dell’Oms ha affermato di aver valutato principalmente quattro scenari, tra cui il famigerato incidente di laboratorio. Ma alla fine l’ipotesi giudicata maggiormente verosimile rimane quella sulla quale già si puntava la scorsa primavera: lo spillover, il passaggio dai pipistrelli all’uomo attraverso un ospite intermedio ancora sconosciuto. Quello che adesso sappiamo è che verosimilmente il mercato di Wuhan non è stato il luogo in cui è avvenuto questo salto di specie, ma semplicemente quello del primo focolaio. Per il resto, poche certezze e pochi dati: come ha affermato l’esperto cinese Liang Wannian, “sulla base delle informazioni attuali non è possibile determinare come il virus sia arrivato nel mercato di Wuhan”. Non vi sono prove della diffusione del virus prima di dicembre 2019 e un numero impressionante di campioni prelevati da animali selvatici e d’allevamento è risultato negativo. In attesa del rapporto conclusivo dell’indagine, ci dobbiamo limitare a quanto affermato dal responsabile del team Ben Embarek: l’ipotesi di un incidente di laboratorio è “estremamente improbabile”, visti i livelli di sicurezza estremamente sofisticati nelle strutture visitate dall’Oms.

Non stupisce che per alcuni esperti – come Alina Chan intervistata sull’edizione di sabato 6 febbraio – con questa scarsità di prove sia meglio sospendere il giudizio sulle origini del virus, evitando di parlare di maggiore o minore probabilità. Cautele forse eccessive, ma comprensibili, dal momento che la valutazione non dipende solo da prove scientifiche.

Se troviamo una cacca di volpe davanti alla porta di casa, possiamo pensare che si tratti di escrementi lasciati da un animale selvatico che passava da quelle parti oppure sospettare che sia coinvolto il nostro vicino di casa. Su quale delle due ipotesi puntare dipende certamente da alcuni fattori naturali – viviamo in città o in campagna? – ma soprattutto da quanto ci fidiamo del nostro vicino.

È questa la vera grande incognita, in questa faccenda e nell’indagine dell’Oms: la fiducia che possiamo, e vogliamo, riporre nelle autorità cinesi. Quanto quei rigidi protocolli di sicurezza erano effettivamente applicati? I coronavirus erano studiati con quel livello di biosicurezza oppure con uno più basso? La risposta dipende da quanto ci fidiamo e l’Oms non può che riporre grande fiducia, altrimenti il suo team non sarebbe mai arrivato in Cina. Perché l’Oms non ha l’autorità che possono avere le forze dell’ordine durante una perquisizione: è piuttosto l’inquilino che gentilmente chiede di poter entrare in casa d’altri per capire da dove arriva la perdita d’acqua.

Conoscere l’origine del virus è utile per capire quali provvedimenti è bene prendere per ridurre il rischio di un’altra pandemia. Tuttavia anche l’incertezza in cui ci troviamo dovrebbe spingerci a ragionare su possibili – per quanto utopici – provvedimenti, come rendere l’Organizzazione mondiale della sanità maggiormente indipendente dai governi o addirittura permetterle, per quanto riguarda indagini e vigilanza, di muoversi con una certa autonomia, senza attendere il benestare delle autorità statali.

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