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(Keystone)
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14.01.2021 - 19:400

L'azzardo secondo Matteo

A Matteo Renzi non riesce l'azzardo, e in caso di elezioni a giugno rischia la débâcle. Ma la paura dei parlamentari di perdere il seggio potrebbe salvarlo

Lo spauracchio delle urne e annessi sondaggi sembrava forse, a Matteo Renzi, il modo ideale per fare pressioni sugli alleati di governo, Pd e CinqueStelle, e far pendere la bilancia dalla sua parte in merito all’utilizzo o meno dei fondi europei del Mes minacciando la crisi di governo. Ora la crisi è arrivata davvero, e rischia di rivelarsi un boomerang politico: sia il Partito Democratico sia i CinqueStelle chiudono nettamente a una nuova ipotesi di governo con l’ormai ex alleato definito “inaffidabile” e non escludono elezioni a giugno. Le quali, con i numeri attuali, sancirebbero la sparizione di Renzi e di Italia Viva dal campo politico, con il 2% attribuito dai sondaggi non sufficiente neanche a superare la soglia di sbarramento. Un Renzi, insomma, che si dimostrerebbe ancora una volta il peggior nemico di se stesso, pagando a caro prezzo il secondo azzardo dopo le dimissioni annunciate in caso di fallimento del referendum costituzionale del 2016 e successivamente, amaramente confermate dopo il fallimento dello stesso, ormai divenuto un vero e proprio quesito Renzi Sì - Renzi No anche al di là dell’oggetto in sé della votazione. Una replica, curioso caso del destino, dopo essere stato la nemesi di un altro azzardo di un suo quasi omonimo, quel Matteo Salvini che, dopo la rottura con il governo Conte annunciata dalle spiagge romagnole nell’estate del 2019,  non si aspettava un Sì di Renzi a un governo con gli eterni nemici dei CinqueStelle. I metodi cosiddetti “da Prima Repubblica”, quelle trame politiche spesso intricate alle quali la politica del Belpaese ci ha abituati, stavolta non hanno funzionato di fronte a un soggetto politico come i CinqueStelle, ancora alieno all’idea che è la sottile arte del compromesso a muovere la politica fin dall’alba dei tempi. Una rigidità sulle proprie posizioni il cui più eclatante risultato è stato quello di restare fuori dal governo dopo aver sbancato alle elezioni del 2013; all’epoca, l’ostinato rifiuto a ogni accordo con il Pd guidato da Pierluigi Bersani portò prima a un esecutivo di “larghe intese” guidato da Enrico Letta, poi, ironia della sorte, al governo Renzi. Quella rigidità però è venuta meno quando si è reso necessario “perdonare” anni di insulti reciproci e allearsi con il Pd per restare aggrappati alle poltrone di governo, nel caldo agosto in cui Matteo Salvini dal Papeete rischiava appunto di mandare tutti a casa, compresi metà dei CinqueStelle dopo averne fagocitato i voti. Grillini che in quell’occasione ricevettero l’aiuto insperato di Renzi, che poco dopo compiva l’ennesima scissione della sinistra italiana. Ma se i CinqueStelle sembrano granitici sulle loro posizioni, la “vecchia politica” potrebbe ancora dare una mano all’uomo di Rignano sull’Arno: a parte Giorgia Meloni ansiosa di capitalizzare il consenso crescente  di Fratelli d’Italia, il non-detto di tutta la vicenda è che di fatto le elezioni, oltre che a Renzi, fanno paura a tanti. La prossima legislatura, infatti, sarà “orfana” di 230 deputati e 115 senatori, tagliati dal referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, cavallo di battaglia dei CinqueStelle, e sono dunque in tanti a rischiare di restare fuori dal Parlamento (compresi molti dei grillini) e a non gradire l’eventualità di elezioni anticipate. Un fronte ampio che nel nome della conservazione dello scranno in parlamento potrebbe fornire un assist a Renzi per evitare di finire fuori dai giochi: la “vecchia politica”  (o quella classica, se vogliamo dare un tono più neutro) che salva Renzi per salvare se stessa.

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