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14.01.2021 - 06:000

Un mini lockdown per evitare una terza ondata

Per mitigare gli effetti economici negativi la Confederazione allenta i criteri di accesso ai fondi per i casi di rigore. Potrebbe non bastare, però

Si chiude ancora. O meglio si stringe ancora. Non è un lockdown paragonabile a quello della scorsa primavera, ma dalla prossima settimana e fino alla fine di febbraio, oltre a prolungare la chiusura di bar, ristoranti e delle attività ricreative e culturali, anche i negozi che non vendono beni di prima necessità dovranno abbassare la saracinesca. Chi potrà, inoltre, dovrà lavorare da casa. Lo scopo è quello di ridurre il più possibile la circolazione del coronavirus e delle sue varianti ritenute dagli esperti molto più contagiose dell’originale cinese. Il consigliere federale Alain Berset ieri è stato chiaro: se non si stringeranno ulteriormente i bulloni alla nostra già fragile vita sociale, a febbraio potrebbe esserci una terza ondata pandemica, ancora più forte delle prime due. La seconda è ancora in corso e ha causato fino a oggi più contagi e più vittime della prima fase. È bene non dimenticarlo. Insomma, senza ulteriori restrizioni, il prezzo da pagare sia in termini di accresciuta pressione sul sistema sanitario, sia per le conseguenze economiche e sociali negative potrebbe essere ancora più alto. Ci sarà sicuramente chi obietterà a queste proiezioni pessimiste, che è un’esagerazione per costringerci a un’esistenza monastica per chissà quale esperimento sociale malefico, ma gli esempi di allentamenti seguiti a repentine strette – decise da governi democratici – si sprecano in Europa senza guardare per forza a Sud. La pandemia purtroppo non è un’invenzione dei mass media o di chissà quale potere forte. Le persone, quelle più fragili, continuano ad ammalarsi e a morire, purtroppo. La morsa del Covid non sembra mollare la presa e aleggia ancora cupa, nonostante la buona notizia dell’inizio delle vaccinazioni, sulle nostre esistenze, avvelenando anche i rapporti umani. Certamente sta complicando la vita di imprese, lavoratori e governi che non hanno voglia di aggravare una situazione economica già di per sé non florida.

Per questa ragione più che le decisioni sulle chiusure – già di fatto anticipate una settimana fa – era atteso l’annuncio di nuove misure finanziarie. E qui c’è sì lo sforzo del governo di mitigare le conseguenze economiche per imprese e lavoratori, ma probabilmente non è sufficiente. I criteri di accesso ai contributi a fondo perso per i cosiddetti casi di rigore sono stati allentati soprattutto per le aziende fatte oggetto di un ordine di chiusura da parte dell’autorità per più di 40 giorni. Queste imprese non dovranno comprovare la perdita della cifra d’affari. Rimane il limite del 40% del calo del fatturato, ritenuto troppo severo dalle associazioni di categoria, per le altre aziende. La novità consiste nell’importo erogabile a ogni singola azienda: il 20% della cifra d’affari o al massimo 750mila franchi per impresa. Importo che potrebbe essere raddoppiato a condizione che i titolari o finanziatori contribuiscano con apporti freschi di capitale. Ma il credito a disposizione è di soli 2,5 miliardi di franchi (1,9 finanziati dalla Confederazione e 600 milioni dai Cantoni). È molto probabile che non basteranno. Ueli Maurer ha accennato al bisogno di ulteriori crediti, ma non ha tranquillizzato. Sulla celerità molto dipenderà anche dall’iter legislativo a livello di singoli Cantoni, visto che saranno questi ultimi ad analizzare ed evadere le pratiche. Per rimanere al Ticino, il rapporto sui casi di rigore è appena stato firmato dalla Commissione della gestione. Immaginando un via libera parlamentare per la fine di gennaio e rispettando i termini di referendum, prima di marzo non verrà evasa nessuna pratica. Infine, è ancora irrisolto il tema della copertura degli affitti.

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