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laR
 
09.01.2021 - 06:10

Sopravvivenza, senza fronzoli

Usciti da un 2020 doloroso e zeppo di difficoltà, siamo entrato in un'annata che di garanzie non ne fornisce. Né per i grandi né per i piccoli eventi

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Da poco siamo usciti (con sollievo e qualche buon proposito) da un anno di rinvii, annullamenti e confusione. Sfregiato, nello specifico dello sport, dalla scomparsa di figure iconiche quali Kobe Bryant e Diego Armando Maradona, per restare in ambito internazionale, e Doris De Agostini, stringendo la prospettiva entro i confini regionali. Perdite pesantissime, dolorose, che lasciano un vuoto incolmabile, patrimonio dello sport che è andato perso, nella sua stagione oltretutto più complicata in assoluto. Appesantendo un quadro a tinte fosche tendenti al nero.

Manco il tempo di metabolizzare la grave perdita e di cercare di scorgere, all’orizzonte, un po’ di quella luce di cui si avverte il bisogno, la necessità, che già siamo stati travolti dalla seconda ondata che ha tolto dagli stadi e dalle piste quelle poche centinaia di eletti che vi avevano avuto accesso; ha precluso lo sport a chi più di 16 anni; ha fermato tutto quanto non è professionistico, minando le certezze anche dei principali campionati, confermati ma sballottati, tra rinvii, quarantene e recuperi. In un contesto tecnico-sportivo occorre dirlo, un po’ confuso e ribaltato. Credibile fino a un certo punto, al netto di equilibrio e incertezza che solitamente stuzzicano l’interesse degli utenti e alimentano il fascino di una competizione.

Grazie al lavoro ridotto, a crediti straordinari, a prestiti a tasso agevolato o a tasso zero, a investimenti a fondo perso, lo sport è sopravvissuto al 2020, questa è una delle certezze lasciateci in eredità da un’annata scivolata via tra lutti, dubbi, e paure. Ma ancora non tutti hanno scollinato con successo, imboccando la via di una rinascita. Le incertezze legate al futuro sono ancora tante, i quesiti sono rimasti quasi tutti aperti, gli scenari possibili talmente tanti da non rendere per nulla semplice sceglierne uno, pessimista, realista od ottimista che sia. Il pubblico tornerà negli stadi? In quale misura? E quando? Quali conseguenze avrà la pandemia su eventi sportivi, società e leghe? Lo sapremo forse tra un paio di anni. Anni lungo i quali però la crescita non sarà che minima, ammesso che ci sia. Perché probabilmente il concetto vero con il quale lo sport dovrà fare i conti è la sopravvivenza stessa, senza troppi fronzoli.

O meglio: la sopravvivenza è per chi non ha mai interrotto l’attività, privata del conforto (e del sostegno economico) del pubblico. Per chi invece si è trovato i sigilli con il cartello di “chiusura a tempo indeterminato” sulla porta, in ballo vi è la ripresa, importante anche a fini sociali ed educativi, oltre che finanziari. Quando? Chissà.

I grandi eventi, l’espressione più plateale dello sport a livello mondiale, sembrano confermati più o meno un anno dopo la loro collocazione originale. Con uno slancio di ottimismo anche un po’ gratuito, ci possiamo appigliare agli Europei di calcio e alle Olimpiadi per certificare un ritorno alla normalità che in realtà tale non è, tanti sarebbero i vincoli e i protocolli da rispettare anche in caso di svolgimento. Tuttavia, affinché la luce in fondo al tunnel risulti meno fioca di quanto sia, serve altro. Serve che lo sport possa rimettersi in piedi dal basso, dalla sua espressione più amatoriale. Per ora, non siamo ancora legittimati ad averne, di certezze. Pessimisti, ottimisti o realisti che siamo.

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