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21.12.2020 - 06:00
Aggiornamento: 10:30

Virus, federalismo e "modello" svedese

Arriva anche la tegola della ‘variante’ del Corona

di Aldo Sofia
virus-federalismo-e-modello-svedese

Non c’é tregua. Arriva anche la tegola della ‘variante’ del Corona, scoperta in Inghilterra, a rischio di esportazione, che isola ancora più l’isola della Brexit, e che la task force scientifica a Berna definisce subito “molto preoccupante” per la sua velocità di diffusione. E poi la pandemia provoca anche forti fibrillazioni politiche. Preme sulle istituzioni,  anche quelle più consolidate. Vedi il federalismo, dunque lo stesso edificio istituzionale del nostro Paese. Il pilastro della nostra convivenza. Ma un federalismo oggi un più in tensione, più faticoso, come mai nel dopoguerra. Così, per rispettarne la lettera e lo spirito, Berna fatica, tentenna,  sbanda, ritarda. E in questa seconda ondata (con la Svizzera tra le maglie nere in Europa) alla fine interviene con un parziale lockdown. Lascia ai cantoni  porzioni di autonomia, concede il reclamato diritto di far valere la conoscenza della realtà territoriale, fissa una linea rossa di diffusione del virus sotto la quale loro, i Cantoni, hanno il diritto di “liberalizzare”. Come quelli romandi, che avendo giocato d’anticipo con chiusure temporanee più ermetiche, oggi respirano meglio e fanno felici gli operatori della ristorazione che non devono abbassare la saracinesca., anche se mica ci sono confini fra cantoni virtuosi e no.

Chissà perché questa semplice evidenza (se ti curi prima, prima guarisci) viene raramente evocata da chi contesta necessità, proporzionalità, opportunità degli ultimi  provvedimenti bernesi. Contribuendo allo smarrimento e ai dubbi dei cittadini, sballottati fra cifre altalenanti, opinioni contrastanti, operatori sanitari (medici, paramedici, ospedali) che chiedono “tutto e subito” per evitare il rischio di una terza ondata ancora più virulenta, non proprio l’ideale per l’inizio delle vaccinazioni. E qui c’é un’altra stranezza, uno bel paradosso: i semi-negazionisti (non contestano l’esistenza del virus ma le decisioni più importanti suggerite dagli scienziati della materia), ma esaltano poi i miracoli della stessa scienza, che ha scovato il vaccino, lo ha fatto in tempi eccezionalmente rapidi, e  “non vedono l’ora”.  E poi il ritornello della “Corona Diktatur”, di chi vede ovunque  democrazie occidentali tentate di scivolare nell’autoritarismo: democrazie in realtà occupate soprattutto con amletiche difficoltà gestionali, con una vivacità del dibattito politico, non proprio il terreno ideale per “ukase” imposti dall’alto. E quindi vedersela (vedi appunto la Confederazione nel rapporto coi cantoni) con faticosi compromessi, nel tentativo di conciliare - esercizio di equilibrismo - due cure indissociabili: per l’economia e per la salute, con la prima che non manca certo di forza politica.

Tentativi, appunto. Tardivi, insufficienti? Purtroppo lo si può temere. Intanto prendiamo nota che ai “semi-negazionisti” viene ora a mancare anche il  da loro lodato modello svedese, niente mascherine, niente restrizioni, niente lock-down  parziali, solo pacati appelli alla responsabilità individuale. Ma ecco che di fronte al bilancio dei morti, ai dati dell’infezione, al confronto con i paesi vicini comparabili, alla crisi del sistema sanitario sotto pressione, due parole di re Gustavo hanno messo le cose in chiaro: “Abbiamo fallito”.

 

 

 

 

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