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1 sett

Casa dolce casa

laR
 
19.12.2020 - 06:10

Più chiarezza, ma basterà?

Situazione grave ma restiamo alla strategia dei passetti, anziché a quella dei passi molto più decisi!

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Siamo sinceri: sul fronte del Covid ci stiamo perdendo e non sappiamo più cosa pensare e neppure a chi davvero credere. A Berna? A Bellinzona? Ai politici, o agli uomini di scienza? A chi afferma che i tassi d’infezione sono molto alti, che gli ospedali di certi cantoni sono quasi al collasso, che il personale sanitario non ce la fa più e che occorre decretare un nuovo lockdown (impianti di risalita compresi per via dei possibili incidenti)? Oppure a chi è del parere quasi opposto e getta acqua sull’incendio? È vero, rispetto a primavera e alla prima ondata, la regia è cambiata: è passata dalla Confederazione ai Cantoni. Un passaggio che ha generato una gestione a più mani e che ha introdotto approcci diversificati a livello cantonale. Così, per esempio in Romandia, chi viveva in un cantone, lavorava in un altro e ne frequentava un terzo, notava le regole anti Covid non allineate. Senza calcolare che i politici cantonali, essendo più vicini alla cittadinanza, hanno sì il polso della situazione, possono sì prendere misure più mirate, ma non sempre le adottano, perché subiscono non poche pressioni. E dalla stessa parte arrivano anche i voti...

Adesso, con le restrizioni annunciate ieri dal Consiglio federale, si sta facendo un po’ più di chiarezza perché le misure sono valide per tutto il territorio nazionale. È, tutto sommato, un tornare (perlomeno per la serrata di bar e ristoranti) alla gestione unitaria che avevamo conosciuto con la prima ondata. Ma è un ritorno al passato unitario solo in parte, perché i Cantoni (sono loro che l’hanno preteso da Berna) hanno chiesto e ottenuto di poter gestire in modo autonomo la stagione invernale. Così, se determinate premesse di ordine sanitario saranno date, vi sarà luce verde agli impianti di risalita, senza però bar e ristorazione. Tutto bene? Sì, se consideriamo il fatto di poter praticare lo sport all’aria fina. No, se consideriamo che, per raggiungere talune vette, dopo aver atteso non poco in colonna, si sale con le cabinovie assieme a tante altre persone mascherate. “Ma ci saranno misure sanitarie appropriate” replicheranno i gestori degli impianti. Vero, intanto però a tavola (anche a casa propria) ci si può sedere solo in cinque e durante le prossime feste in dieci. E intanto (bis), ci si dice anche che la miglior cosa da fare è non muoversi e stare a casa propria e soprattutto non fratturarsi braccia o gambe magari sciando... Una contraddizione difficile da capire, simile a quella che vivono alcuni studenti: in classe (quindi al chiuso) a lezione in una ventina, mentre all’aperto sono vietati gli assembramenti di oltre cinque persone. Ma di contraddizioni ce ne sono anche altre. La più palese è quella che abbiamo notato dopo aver sentito le parole dei ministri federali e cantonali. Parole di forte preoccupazione, messe lì in apertura dei vari interventi di ieri, per la serie: il virus non molla la presa (Simonetta Sommaruga); Cantoni riflettete bene se aprire le stazioni sciistiche perché il personale sanitario e gli ospedali sono al limite (Alain Berset); in Ticino la situazione è sempre critica (Norman Gobbi), l’evoluzione epidemiologica è seria e preoccupante (Raffaele De Rosa), e poi? E poi restiamo alla strategia dei passetti, anziché a quella dei passi molto più decisi, come accade nei Paesi che ci stanno attorno e che (oltretutto) stanno meglio di noi. Che dire? Speriamo in bene.

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