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07.11.2020 - 06:00
Aggiornamento: 08.11.2020 - 08:31

Trump se ne va, ma il trumpismo resta

La vittoria quasi certa di Joe Biden è un'ottima notizia, ma i problemi e le divisioni di fondo restano, negli Usa e nel mondo

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(Keystone)

La speranza di molti Democratici, ma più in generale di tutti quelli che Donald Trump non lo reggono più, era che nella notte del 3 novembre si verificasse una valanga immediata: la mappa degli Stati Uniti che diventa tutta blu in poche ore, blu la Florida, blu il Texas, blu magari anche l’Oklahoma e l’Appenzello Interno. Non è andata così, come dimostrano le occhiaie di tutti dopo giorni e giorni di conteggi. Anche perché si trattava di un’illusione, dato il sistema elettorale americano e l’enorme massa di voti per posta, sia pure un’illusione comprensibile: c’era la voglia non solo di liberarsi di Trump, ma di farlo con un gesto talmente plateale da cancellare in effigie tutto ciò che difende e rappresenta, il populismo, il razzismo, il viscido maschilismo da vecchio infoiato.

Il fatto che le cose siano andate per le lunghe non deve far pensare a una vittoria a metà: Joe Biden ha ottenuto perfino più preferenze di Barack Obama, risultando il presidente più votato della storia. E alla fine, nonostante il perverso sistema dei ‘grandi elettori’, salvo sorprese dovrebbe conquistarne la maggioranza. Con buona pace di un Donald Trump sempre più disonesto e meschino, che continua a contestare la legalità del voto nell’unico modo in cui può farlo, e come ha fatto fin qui su tante altre cose: mentendo. Ormai i grandi network come Abc, Cbs e Nbc devono addirittura interrompere le dirette dei suoi discorsi infamanti e deliranti. Farà di tutto per andarsene sbattendo la porta, alimentando in milioni di persone la percezione dell’elezione rubata. Con quello che ne può conseguire, quando tra i tuoi fedelissimi ci sono persone che credono a un governo mondiale di pedofili capeggiato da Obama e Soros, alla superiorità della razza bianca e alla necessità di andare in giro armati fino ai denti.

Ma è stato quasi un bene che la notte elettorale non si sia risolta in un rapido fuoco d’artificio: questi giorni passati a masticare numeri e unghie aiutano anche a capire come la realtà sia ben più coriacea delle illusioni, e come una sconfitta di Trump non significhi la fine di tutto quello che lo ha portato alla Casa Bianca. D’altronde il presidente uscente ha preso 70 milioni di voti; segno, come ha scritto Luca Sofri, che “il mondo va ancora in quella direzione là, malgrado gli accadimenti di quest’anno siano stati una variabile imprevista che ha creato difficoltà all’assenza di competenza e responsabilità dei demagoghi in tutto il mondo”. Trump va, il trumpismo resta.

A lavorarci sopra pare ormai chiamato un presidente stanco e anodino, che Obama scelse come vice per riportare la carica a una dimensione quasi cerimoniale, dopo gli eccessi del diabolico Dick Cheney. Un profilo uscito vincitore dalle ennesime primarie perché non dava fastidio a nessuno, la cui campagna elettorale è consistita nel mimetizzarsi con la tappezzeria e lasciare che fosse Trump a farsi male da solo. Ma anche una persona pacata, quasi balsamica quando si tratta di medicare certe ferite. Dovrà affrontare una politica incarognita, ma anche quelle oggettive fratture sociali che alimentano il risentimento di una bella fetta d’America; e forse dovrà farlo col Senato contro. I problemi più gravi restano anche senza Trump, insomma. Comunque sia, auguri al vecchio Joe: da qualche parte bisognerà pur cominciare.

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