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27.10.2020 - 06:100
Aggiornamento : 10:37

Regione che vai, Arp che trovi. Ticinesi trattati diversamente

Autorità regionali di vigilanza perennemente in affanno, con poco personale qualificato e cittadini che non vengono trattati allo stesso modo ovunque

La storia che illustriamo oggi (‘Ha abusato di mia figlia, andava fermato prima’) è una di quelle che fanno male: gli abusi sessuali di un padre sulla figlia, una bimba (dai 3 anni ai 10) usata come un oggetto sessuale per l’egoistico piacere di un adulto malato, che ha saputo ‘manipolare’ tutti. L’uomo seppur seguito da curatori e Arp è arrivato al suo obiettivo: abusare della figlia durante i diritti di visita. A mettere la parola fine a questa brutta storia è stata la vittima stessa, una ragazzina 15enne, che ha denunciato il padre, condannato il mese scorso per coazione e atti sessuali, a 5 anni sospesi per permettergli di curarsi in una struttura. La perizia psichiatrica ha definito il 37enne un pedofilo con altro rischio di recidiva. E la madre? È l’unica che aveva capito tutto, ma nessuno ha ascoltato le sue ripetute segnalazioni. Abbiamo approfondito questo dramma familiare perché il sistema in questo caso ha clamorosamente fallito, non riuscendo a leggere tanti campanelli di allarme, che avrebbero forse potuto evitare tante sofferenze a una bambina. 

Quello che lascia di stucco è che tutti (padre, madre e figlia) erano seguiti dall'Autorità regionale di protezione e la relazione padre-figlia è stata affidata a tre curatori che si sono succeduti negli anni. Nessuno di loro ha dato il giusto peso alle infinite segnalazioni della madre su comportamenti inappropriati del suo ex compagno, come smantellare la cameretta della bimba con varie scuse per indurla a dormire nello stesso letto durante i diritti di visita (entrambi nudi come è emerso a processo), come le lamentele della piccola su strani giochi col padre, come le turbe dell’uomo. La madre, lei sola, aveva ragione, come ha dimostrato il processo. Un caso che andava seguito con più professionalità. Ma forse è proprio qui il problema: i profili adeguati tra Arp e curatori sono merce rara. Un uomo, lui stesso, vittima di molestie sessuali in famiglia da piccolo. Da vittima, come spesso succede, si è trasformato in ‘carnefice’. Un rischio ben noto in psicologia. Chi era chiamato a vigilare l’ha valutato? Un padre, si legge nella perizia, manipolatore e amante del vittimismo. Manipolatore a tal punto che ha messo nel sacco Arp e curatori. 

Una madre che invece ha tentato in tutti i modi di proteggere sua figlia, non riuscendoci, perché nessuno l’ha presa sul serio. Che dire poi dell’ultimo curatore che per mandato doveva verificare regolarmente se l’abitazione del padre fosse adeguata ad accogliere la minore: nel verbale di interrogatorio leggiamo che non ha mai fatto una visita a domicilio a sorpresa, addirittura a volte incontrava il padre al Piccadilly sotto casa o lo sentiva al telefono. Come poteva accorgersi che la bambina, durante i diritti di visita, dormiva nel letto col padre, a causa dell’inagibilità e della sporcizia della sua stanza?

Qui la questione non è tanto quella di puntare il dito contro un'Arp o un curatore, perché non è l’unico caso finito in tribunale. Il sistema delle Arp, perennemente in affanno, non funziona: spesso manca personale specializzato all’altezza delle delicate decisioni da prendere, manca la capacità di leggere e anticipare situazioni critiche, pochi curatori sono formati, tutto dipende dalla possibilità dei Comuni di investire, ci sono Arp di serie A e altre di serie B. Il cittadino si aspetta, a ragione, di essere trattato allo stesso modo ovunque. Oggi non sempre avviene. 

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