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laR
 
17.08.2020 - 06:10
Aggiornamento: 08:38

Il Festival di Locarno ha fatto 73

Per la smorfia napoletana è ‘l’ospedale’. Nell’anno della pandemia, come una Cenerentola che ha perso la scarpina, non è mancato il cinema ma il Festival.

di Ugo Brusaporco
il-festival-di-locarno-ha-fatto-73

Nella smorfia napoletana il numero 73 significa "l’ospedale". Nella storia del Festival Internazionale del Film di Locarno, l'edizione numero 73 sarà ricordata come quella della pandemia. Tutto regolare, sembra, ma come con il 73 della smorfia, anche il 73 del Festival ha delle variazioni sull’interpretazione. Non è lo stesso sognare di essere in ospedale o di andare a trovare qualcuno in ospedale. Così questa edizione numero 73 non ha avuto Piazza Grande, il Fevi, i grandi eventi, i tappeti rossi, lo storico concorso di lungometraggi, ma ha avuto! Si è svolta! Ci sono stati film in sala, certo anche online, ma in sala c'è stato uno dei Concorsi più interessanti degli ultimi anni, e finalmente si è capito che il cortometraggio è Cinema e si è valorizzato il lavoro di tanti/e giovani autori/autrici di cui pochi parlavano negli altri anni. E ci sono stati in sala tanti film che hanno composto una delle più interessanti retrospettive degli ultimi anni, pensiamo ai film che hanno attraversato la storia di Open Doors e a quelli scelti da altri registi.

Un programma complesso ben più del nulla a cui ha cercato di condannarsi il Festival. Perché il grande assente di questa edizione 2020 non è stato il Cinema ma il Festival. Non c'era niente a Locarno che diceva del Festival, non i soliti cartelloni all'entrata della città, non gli striscioni, niente. Quasi che invece di un Festival si trattasse di una riunione di vecchi carbonari. Certo non si trattava di richiamare orde di spettatori, ma dire alla città, ai turisti, a chi passava per caso, che il Festival c’era. Invece è stato un nascondersi, un minimizzare, un non fidarsi del Cinema, dei film presentati. Allora meglio ha fatto Cannes a non fare il Festival. Ma una volta che si sceglie di farlo, si ha il dovere di non nasconderlo; questo ha fatto male ai film presentati cui è stata tolta la luce del Festival.

E allora è a quei film che lo stesso hanno sostenuto il peso di essere Festival che bisogna dire grazie; sono i Pardi di domani, che meritano di diventare semplicemente il concorso cortometraggi. Erano 31 nel concorso internazionale e 12 in quello nazionale e hanno regalato, in generale, buon cinema, idee nuove, riflessioni sulla nostra società, spettacolo. Pensiamo in particolare a 'Aninsri Daeng' del tailandese Ratchapoom Boonbunchachoke, a 'Play Schengen' della norvegese Gunhild Enger, a 'Icemeltland Park' di Liliana Colombo e 'O Black Hole!' di Renee Zhan. Ma altri film ancora meriterebbero la citazione a cominciare da 'Grigio. Terra Bruciata' di Ben Donateo, e l’elenco fortunatamente è lungo. C'erano poi i film di Open Doors, una grande selezione retrospettiva. Per tutti, 'Masahista' (Il massaggiatore, 2005) di Brillante Mendoza e 'Kairat' (1992) di Darezhan Omirbayev, e qualche film nuovo. La direttrice artistica del Festival, la parigina Lili Hinstin, da parte sua ha presentato la sua idea di cinema attraverso le sue 'Secret Screening #' che hanno lasciato più di qualche perplessità, ma che hanno permesso anche di scoprire 'Nemesis', il nuovo film di Thomas Imbach, una amara riflessione sul senso di essere svizzeri, fatta guardano il passato prossimo e il presente. Ecco allora che un vero Festival va in archivio: è stato come una Cenerentola che ha perso la scarpina al palazzo, con il Principe che disperando di trovarne la bella proprietaria non ha neppure tentato di cercarla. Poteva essere una storia con il lieto fine, invece è solo finita. Arrivederci al 2021?

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