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28.03.2018 - 06:000

La posta in palio

L’esercizio della democrazia non può prescindere dalla chiarezza e trasparenza sulla disputa in questione.

L’esercizio della democrazia non può prescindere dalla chiarezza e trasparenza sulla disputa in questione. A maggior ragione in tempi come questi che stiamo vivendo, dove i rapporti di fiducia fra cittadini e istituzioni, fra rappresentati e rappresentanti, sono spesso esposti a mal di pancia e relazioni emotive. Detta in buon italiano, già è complicato proporre concetti e soluzioni credibili, se poi questi navigano nella nebbia, l’operazione si fa impossibile. Con un danno pesante per tutti. Anche per chi crede di aver vinto su questo o quel tema, magari proprio perché mal si è compreso l’oggetto della contesa. La premessa ci sta tutta a proposito della prossima votazione popolare cantonale. Su cosa siamo chiamati a votare? Difficile rispondere sulla base di quanto visto e sentito sin qui, da favorevoli o contrari.

Ieri Manuele Bertoli, presidente del Consiglio di Stato – e come tale autorevole e qualificata fonte – ha doverosamente chiuso la polemica: in votazione popolare, il prossimo 29 aprile, vi è un solo decreto legislativo (approvato lo scorso 12 dicembre dal Gran Consiglio): quello tributario, ovvero riferito agli sgravi fiscali. Questa è la verità giuridica, formale. Che conta, perché al di là di come la si pensi in una democrazia deliberativa è fondamentale essere adeguatamente informati. Scontato? Già, dovrebbe, ma così a quanto pare non è. Dunque, riassumendo, a prescindere da quanto si dica, si creda, si voglia sperare, si progetti o si profetizzi, i cittadini saranno chiamati alle urne solo e soltanto per dire sì o no a un pacchetto di sgravi fiscali (sui 38 milioni dice il governo, attorno ai 50 replicano gli oppositori) voluto dal Consiglio di Stato unanime e dalla maggioranza del Gran Consiglio.

Stabilita una prima verità, ve n’è un’altra. La stessa maggioranza (ampia, esclusi solo la sinistra e i Verdi) ha approvato un rapporto commissionale dove si cita il patto politico raggiunto fra chi chiede uno sgravio tributario ai ricchi contribuenti, nonché alle grandi imprese e chi auspica un sostegno sociale alle famiglie con figli in tenera età. Questo significa che se dovesse cadere una parte dell’accordo – nel caso in esame, quella fiscale – anche l’altra dovrebbe seguire lo stesso destino. Automaticamente? No, non si può. Lo impedisce una sentenza del Tribunale federale. “Il governo dovrebbe tenere in sospeso l’altra parte per un certo periodo, riportandola poi eventualmente davanti al parlamento per l’abrogazione non essendo più dati i presupposti per una sua approvazione” si legge a pagina 28 del Rapporto commissionale. Dunque, per coerenza politica, se cadono gli sgravi fiscali la stessa maggioranza parlamentare farà cadere anche il pacchetto sociale (20 milioni annui). E ne ha diritto, stando alla logica che si è data. Però deve dirlo, senza barare.
Si vota su un pacchetto di sgravi fiscali che, se approvato, può liberare un sostegno alle famiglie. Ma non perché lo dice la legge, bensì la volontà politica della maggioranza che ci rappresenta in parlamento. Detta diversamente, la stessa maggioranza politica (Plr, Lega, Ppd, La Destra e la minoranza del Ps) che ha approvato i sostegni alle famiglie, vuole al contempo ridurre il carico tributario oggi versato dai contribuenti milionari e dalle grandi imprese. L’hanno chiamata ‘simmetria dei vantaggi’, forse con un tantinello di enfasi ma rende bene l’idea. Gli altri, gli oppositori, vedono piuttosto nel pacchetto sociale un “cavallo di Troia” costruito per assaltare le finanze dello Stato a vantaggio dei grossi contribuenti. Questa è la battaglia politica in ballo. Sperando così di aver chiuso, senza ammiccamenti o goffi tentativi, quella lessicale.

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