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24.03.2018 - 06:300

Facebook, regole svizzere e formazione!

Per loro noi siamo solo dei prodotti commerciali e da influenzare anche in vista del voto. Come fare a non cadere ingenuamente nella loro rete?

La tempesta riversatasi su Facebook ci ha ricordato una semplice cosa: se desideriamo tutelare la nostra privacy, l’unica cosa da fare è non esserci. Questo perché, anche attivando tutte le impostazioni sulla privacy, qualsiasi cosa postiamo è per loro interessante da un punto di vista commerciale. Insomma: il prodotto siamo noi, come ha ben evidenziato Alessandro Trivilini nel suo volume ‘Internet delle emozioni, le nuove frontiere della tecnologia’ (SalvioniEdizioni). Il problema è che stiamo – senza la necessaria consapevolezza – regalando una miriade di dati nostri personali, permettendo a chi raccoglie la messe di fare affari colossali e pure di controllarci, influenzandoci, anche il tanto che basta. E ai più – diciamolo francamente – va bene così, per ignoranza, o perché i social sono ormai parte della vita quotidiana e ci connettono col mondo (ma a quale mondo?), e anche perché – diciamolo altrettanto francamente – se stacco la spina mi sento isolato, vado in panico, e come faccio a comunicare con la mia rete di conoscenze? Scemenze belle e buone per chi ha vissuto senza di loro anche solo 10-20 anni fa! Ma così è per una crescente maggioranza di utenti della rete.

Ora abbiamo anche scoperto che chi sta dietro lo schermo può anche influenzarci mentre esercitiamo il (sacrosanto) diritto di voto. Del resto che ci faceva quel Bannon guru della campagna che ha fatto eleggere Trump in Italia appena dopo il voto che ha benedetto i Grillini? Che ci faceva sempre lui a casa di Tito Tettamanti, o a Zurigo invitato da quel Roger Köppel clone di Blocher? E che ci faceva poco dopo accanto alla Le Pen che benediceva il suo Rassemblement, ex Front National? Quel Bannon che è stato vice-presidente della Cambridge Analytica e approdato in Europa per gettare le basi di un movimento populista globale! Questi usi indiscriminati dei dati personali richiamano dunque alle nostre responsabilità. Urge legiferare contro questi oligopoli a tutela dei cittadini che, come emerso – consapevolmente o meno –, stanno trasformandosi in oggetti di consumo da monitorare e poi influenzare dal punto di vista commerciale e – peggio ancora – politico. Va in un certo senso riverificato il consenso che i più hanno dato alle condizioni generali del/dei social, alla luce delle nuove e insistenti (potenti) incursioni. Va ridata a ciascun utente, in base alle nostre leggi europee/svizzere (e non a quelle Usa!), la possibilità di dire ancora una volta di sì o di no a quell’ok dato all’uso dei propri dati, ben sapendo ora in concreto cosa potrebbe succederci. Va verificato se quel consenso dato, magari anni e anni fa, era davvero ‘illuminato’, e non espresso quando non si era del tutto coscienti, magari anche solo per l’età o l’evoluzione del mezzo, di quello a cui si sarebbe andati incontro. C’è chi potrebbe obiettare: ma il tutto era ed è sempre stato trasparente da parte di Facebook e dei suoi cuginetti. Anche se fosse stato così (ammesso e non concesso!) la possibilità dei vari social di mettere in fila una quantità enorme di dati (si parla oggi di ‘big data’) è ora tale che vale seriamente la pena chiedersi se si sia data luce verde a una realtà che oggi come oggi si è trasformata (anche grazie ad algoritmi e intelligenza artificiale) in un’altra molto, ma molto più potente. Mentre per quanto concerne ciascuno di noi vale sempre lo stesso principio: ‘affidarsi ad una dieta informativa ricca’ – come ha detto al nostro giornale Lorenzo Cantoni – ‘ad una dieta mediterranea’. Si torna quindi alla casella di partenza: alla necessità di educare intere generazioni all’uso consapevole di questi strumenti. Il che chiama in causa ancora una volta chi, se non la scuola? Insomma nuove leggi, tanta formazione. E nessuna ingenuità.

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