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06.07.2017 - 08:300
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:12

Paranoia e contraddizioni

a cura de laRegione

Ci sono partiti che se non ci fosse l’avversione per l’altro faticherebbero a esistere. Il paradosso è che hanno bisogno del deprecabile altro per vivere. L’altro sono l’Europa, gli accordi bilaterali, l’immigrazione, i frontalieri.

Su tutto questo è cresciuta una sorta di paranoia collettiva che ha contagiato un po’ tutti: per la scontentezza sulle conseguenze, il dover condividere lavoro e beni, la sottrazione di sovranità, il giudizio di tribunali estranei, lo svuotamento della nostra identità, perché da soli facciamo meglio e sono gli altri che hanno bisogno di noi. La paranoia appartiene a due sistemi di pensiero: quello della ragione (un po’ di ragione c’è in ciò che si sostiene) e quella del delirio (si va oltre la ragione).

La paranoia nasconde però le sue contraddizioni. Ignorando – per motivi ideologici o interessi propri ritenuti superiori – altri fenomeni con radici analoghe. I quali, in termini di condizionamenti, perdita di sovranità e di indipendenza, svuotamento di identità, conseguenze economiche sono peggiori. L’attualità di questi giorni permette di esemplificare.

Ren Jianxin, assai vicino al potere di Pechino, è stato eletto presidente di Syngenta, una delle gemme dell’industria agrochimica svizzera. Si è così ratificato il passaggio del gruppo basilese in mano cinese. Con ChemChina, il gigante cinese della chimica, si è creato uno dei leader mondiali dei prodotti fitosanitari e delle sementi. La vendita di Syngenta l’hanno voluta 16 azionisti che rappresentavano il 95 per cento del capitale. Che l’acquirente sia cinese, europeo, americano poco importa; ciò che conta è il maggior guadagno per azione. Che tutte le ricerche e conoscenze di Syngenta finiscano in mano cinese non interessa. Che tutto avvenga in un settore strategico delicato per l’avvenire del pianeta, non crea problema. Che non si tenti neppure di avere una reciprocità economica nonostante gli accordi di libero-scambio del 2014 (molti settori sono chiusi ai capitali stranieri in Cina perché ritenuti appunto strategici) lascia indifferenti. Rimane una domanda che si riterrà oziosa e che svela la paranoia: sono più pericolosi gli accordi bilaterali con l’Unione europea, comunque controllabili e referendabili?

Un “hedge fund” americano, il Third Point, retto da uno speculatore per eccellenza (Daniel Loeb, noto per aver messo a soqquadro Yahoo con una partecipazione minima e aver poi venduto raddoppiando il prezzo d’acquisto), sta attaccando un pezzo forte della nostra economia, Nestlé, con puntate miliardarie (3,4 miliardi di franchi). Tanto che alcuni giornali esteri hanno scritto che “c’è aria di tempesta sul lago Lemano” o che “un vento freddo soffia su Nestlé”. Lo scopo è uno solo: migliorare (più 20 per cento) i redditi degli azionisti. Qui interessa l’attacco a Nestlé per la sua “cultura immobilista”. Che fa parte di una caratteristica identitaria tipicamente svizzera: prudenza, rischio calcolato, passo dopo passo. Domanda forse forzata ma emblematicamente pertinente: è più pericoloso Loeb o il frontaliere di Marchirolo?

La grande tristezza di tutto sta nella constatazione che la ipercompetitività per far guadagnare gli azionisti è sempre al centro della scena, mentre gli interessi e i diritti del mondo del lavoro saranno forse considerati se compatibili con questi nuovi scontri tecno-finanziari, paranoici più che mai.

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