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Le nuove frontiere del dolore, così inganniamo il cervello

25.11.2022 - 05:30

Era in carrozzella, torna a camminare. Era sul divano, torna a fare l’infermiera. Una seconda vita grazie a tecniche all’avanguardia di neurostimolazione


La vita di Sonia Grassi era un inferno di dolori lancinanti, dalla spalla al mignolo. «Un male continuo, bruciante da togliere il respiro. Non lo auguro a nessuno, più volte sono rimasta letteralmente paralizzata, una volta ero in tram, le scosse sono iniziate e non riuscivo più ad alzarmi». All’infermiera ticinese è crollato il mondo addosso, quando appena trentenne, si è vista davanti una vita sul divano, stordita da potenti farmaci, con la prospettiva di rinunciare al lavoro, a un figlio, a tutti i suoi sogni. Era disperata. A cambiare il suo destino è stato l’incontro con il prof. Paolo Maino. Il medico, specializzato in anestesia e terapia interventistica del dolore è responsabile del Centro terapia del dolore (Nsi) all’Ente ospedaliero cantonale (Eoc). Sonia Grassi è stata una delle prime pazienti a sottoporsi nel 2013 all’elettrostimolazione dei gangli dorsali delle radici spinali. Nel suo corpo ci sono elettrodi e un pacemaker che attiva impulsi elettrici. «Sono tornata a vivere, a lavorare, ho avuto un figlio. Lo rifarei subito», racconta la donna (vedi box).

Una tecnica usata per 30 pazienti l’anno

Si tratta di una tecnica all’avanguardia per controllare in modo selettivo il dolore cronico causato da lesioni del sistema nervoso periferico. Anche quando la fonte del dolore non c’è più, i nervi continuano a inviare segnali ‘errati’ al cervello. «Per interrompere questa trasmissione si interviene sui nervi. Usiamo impulsi elettrici – spiega il dottor Maino – per bloccare la trasmissione del dolore verso il cervello, eliminando o diminuendo in maniera significativa la sintomatologia dolorosa». In un certo senso il cervello viene ingannato: «Riceve un nuovo segnale elettrico generato da uno stimolatore, che percepisce come più piacevole, lo stimolo elettrico blocca o indebolisce la trasmissione del segnale doloroso», precisa l’esperto. Al dottor Maino piace essere un passo avanti. Il suo recente exploit riguarda una donna ginevrina, lei stessa professoressa all’Ospedale universitario di Ginevra. La donna da tempo era costretta a vivere in sedia a rotelle a causa di lancinanti dolori ai piedi. È tornata a camminare grazie a un intervento senza precedenti in Europa eseguito dal medico al Neurocentro della Svizzera italiana. (L’operazione era stata tentata solo una volta in un ospedale di New York). Col suo team, l’esperto ha posizionato quattro elettrodi sui gangli dorsali delle radici spinali lombari e sacrali della paziente in grado d’inviare impulsi elettrici capaci d’interferire con le vie di trasmissione del dolore. Tutto ciò in regime ambulatoriale.

Due miracoli. Almeno per la dottoressa ginevrina e per Sonia. Entrambe non devono più convivere con forti dolori e possono fare vite normali. Per molti altri pazienti si sono aperte nuove prospettive. «È una tecnica molto selettiva, la usiamo per circa 20-30 casi l’anno in Ticino, quando il trattamento con le terapie convenzionali non funziona», precisa.


Il prof. Paolo Maino, responsabile del Centro terapia del dolore all’Eoc

Pacemaker grande come un 5 franchi

In parole semplici, ci spiega, la neurostimolazione prevede l’impianto sottocutaneo di un minuscolo pacemaker, della grandezza di una moneta da 5 franchi, a cui possono essere collegati fino a 4 elettrodi (fili elettrici) per trasmettere la stimolazione. «Gli impulsi elettrici, che non vengono avvertiti dal paziente come scosse ma come un leggero formicolio – precisa – non solo influiscono in maniera importante sul dolore ma diminuiscono significativamente l’uso di farmaci (spesso anche oppiacei) che, alla lunga, potrebbero essere dannosi per la salute».

Svegli durante l’intervento

Per impiantare questi stimolatori servono conoscenza e manualità. «Non è routine, ci vuole molta esperienza, in Svizzera siamo il Centro con più casistica in questo ambito». Non è una passeggiata nemmeno per il paziente, che durante il delicato intervento, deve collaborare. «Si deve posizionare l’elettrodo al posto esatto, una differenza di millimetri può cambiare il risultato finale. Per controllare l’esattezza della posizione svegliamo il paziente, che deve aiutarci a capire se sente la stimolazione nel punto corretto».

Nel suo studio arriva chi ha già provato di tutto e continua a soffrire di dolore neuropatico cronico, legato a fibre nervose che a causa della lesione continuano a inviare impulsi alterati e dolorosi al cervello. Giovani reduci da incidenti fino a malattie pregresse (autoimmuni, degenerative, tumori, artrosi, lombalgia). «Dopo l’intervento la qualità di vita può cambiare in meglio».

Sarà poi lo stesso paziente, che tramite una App scaricabile sul cellulare, può regolare il livello di stimolazione. «Tanti la tengono sotto soglia, non sentono il male e nemmeno la vibrazione». Spegnere il pacemaker non è sempre una buona idea. «Ricordo un paziente, era in invalidità al 100% perché condannato a morfina a vita per via di una dolorosa lesione del nervo ulnare al gomito. Dopo l’intervento ha potuto riprendere il suo lavoro di contabile al 100%. Dopo anni, pensava di essere guarito e ha provato a spegnere lo stimolatore. Dopo pochi minuti, il vecchio dolore è tornato».

La testimonianza

‘Lo rifarei subito, ho una seconda vita’

Sonia Grassi aveva 27 anni quando ha scoperto di avere un tumore alla clavicola e alla prima costola che schiacciava i nervi e le causava parestesie e fastidiosi formicolii alla mano sinistra. Andava fermato. Viene operata al Chuv di Losanna. L’intervento va bene ma segue una lunga e faticosa fase riabilitativa. Infermiera di professione sa che cosa l’aspetta. Un lungo percorso a ostacoli. Inizia le cure di radioterapia. «La mattina facevo le terapie e al pomeriggio andavo a fare qualche ora in reparto. Ma poi sono iniziati dolori lancinanti al collo, dalla scapola giù fino al mignolo». La giovane resiste, è abituata a stringere i denti e andare avanti. Giorno dopo giorno, va sempre peggio, fatica a stare seduta, a stare in reparto, a fare i lavori in casa, i dolori lancinanti l’accompagnano sempre. «Un male continuo, bruciante da togliere il respiro. Ti limita nella tua normalità. Non lo auguro a nessuno, più volte sono rimasta letteralmente paralizzata, una volta ero in tram, le scosse sono iniziate e non riuscivo più ad alzarmi». Appena trentenne, si è vista davanti una vita da invalida sul divano, stordita da potenti farmaci, con la prospettiva di rinunciare al lavoro, a un figlio, a tutti i suoi sogni.


Sonia Grassi ha potuto tornare a fare l’infermiera

‘È come mettere un tappo alla sofferenza’

Prova di tutto, anche un periodo di riabilitazione in una clinica, ma il male non va via. «Volevo lavorare ma non potevo farlo prendendo potenti farmaci contro il dolore. Ero disperata quando mi sono rivolta al Centro terapia del dolore». Alla giovane, refrattaria ad altre cure, il dottor Paolo Maino propone la neurostimolazione con l’impianto sottocutaneo di un minuscolo pacemaker. «Volevo avere figli e quindi non potevo metterlo nell’addome». Viene trovata una soluzione: impiantarlo nel gluteo. «Questo stimolatore mette come un tappo al dolore neuropatico, lo sento molto meno. Non ho più bruciore e scosse continue, ma sopportabili dolori muscolari». L’intervento non è stato una passeggiata. «Sei a pancia in giù, immobile e devi collaborare, il tecnico fa partire lo stimolo e devi confermare se è nel posto giusto. È dura, devi resistere, ma il santo vale la candela. Lo rifarei subito. Ho riconquistato una vita», dice l’infermiera che per indole è una combattente.

‘Devo solo evitare i metal detector’

Dall’intervento sono passati 8 anni. Ha cambiato la batteria una volta ma tutto prosegue al meglio. «Ho ripreso una quotidianità normale, ho fatto un master, lavoro come infermiera, mi sono sposata e abbiamo anche un figlio. Senza intervento avrei fatto una vita sul divano, stordita da potenti farmaci».

Per la donna è stato come ricevere una seconda opportunità. Una seconda vita. Qualche piccolo intoppo c’è. Nulla di grave. «Nei negozi e all’aeroporto non devo passare al metal detector, ho un tesserino che spiega perché. In alcuni Paesi fanno fatica a capire, mi hanno già perquisita, ma non è grave. Devo fare solo attenzione a non alzare pesi».

Con gli anni ha imparato a conoscersi, a conoscere come reagisce agli impulsi. «Se spengo tutto, il dolore torna come prima. Nei primi tempi, dovevo sentire il formicolio per far calare il dolore e per sapere che lo stimolatore funzionava. Ora va a intermittenza, così non sento il formicolio e nemmeno il dolore».

Il futuro

Telecomandi sempre più mini e potenti

I nuovi traguardi della neurostimolazione nella medicina del dolore sono legati soprattutto alla tecnologia sempre più innovativa. «In futuro probabilmente impianteremo solo microelettrodi nel corpo collegati in wireless a una batteria esterna, che si potrà tenere in tasca», spiega il dottor Paolo Maino. Batterie sempre più miniaturizzate e telecomandi su App del telefonino. Ma c’è di più: «Stiamo aspettando un nuovo sistema automatico che oltre a trasmettere impulsi elettrici farà anche da sensore, quindi leggerà come il segnale elettrico viene trasmesso al nervo e regolerà in automatico l’impulso». In questo modo, continua, il sistema per la prima volta sarà in grado d’interagire con la struttura neurale e ottimizzare al meglio gli impulsi.

La ricerca svolge un ruolo determinante. Il dolore è un segnale elettrico che dalla periferia va al cervello. «Più si comprendono i meccanismi di trasmissione del dolore a livello del sistema nervoso periferico e centrale, più sapremo come intervenire. Ci stiamo sempre più avvicinando alla capacità di interferire con la trasmissione del segnale del dolore che arriva in diverse aree del cervello e innesca elaborazioni diverse a dipendenza delle zone che attiva».

Psiche e antidolorifici

Al Centro per la terapia del dolore (Nsi) si fa anche una importante attività di ricerca scientifica coordinata dalla professoressa Eva Koetsier. Sono in corso diversi studi controllati randomizzati multicentrici internazionali, con particolare attenzione alla neuromodulazione, agli interventi spinali minimamente invasivi e ai fattori psicologici che hanno un impatto sull’esito dei trattamenti antidolorifici. Si tratta di studi riguardanti ad esempio la stimolazione del ganglio della radice dorsale, la stimolazione del midollo spinale e gli interventi intradiscali per il dolore discogenico. Inoltre, sono in corso progetti di ricerca multidisciplinari, come lo studio Tribeca con il dipartimento di neurochirurgia del Neurocentro che valuta l’impatto di un trattamento psicologico sull’esito dopo un intervento di fusione spinale lombare.

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