Violenza giovanile
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‘Ragazzi difficili, senza regole, non sappiamo dove metterli’

(Ti-Press)
09.11.2022 - 05:30

La magistrata dei minori Gnesa lamenta la mancanza di strutture adeguate per aiutare una decina di casi complessi. ‘Se c’è posto li mandiamo in Italia’


La Magistratura dei minorenni non ha segreti per l’avvocatessa Fabiola Gnesa che ha iniziato la sua carriera in questi uffici 22 anni fa, dallo scalino più basso, come praticante con l’allora magistrata Silvia Torricelli. Da ottobre è la nuova magistrata dei minorenni, subentra a Reto Medici, che dopo 16 anni ha optato per il pensionamento.

Una brutta annata, almeno dal punto di vista della statistica: da gennaio a oggi, siamo arrivati a 1’046 procedimenti penali contro i minori. «Siamo ben oltre la media degli ultimi anni. Sono davvero tanti casi», commenta amara Gnesa.

In cima alle sue priorità c’è un tema urgente che le sta particolarmente a cuore: «Abbiamo almeno una decina di ragazzi, tra loro anche 13enni, che hanno già mostrato dei tratti psichiatrici e in particolare dei tratti di una possibile evoluzione antisociale, rifiutano l’aiuto di un adulto, non vanno a scuola. Il problema è che non sappiamo dove collocarli, perché in Ticino mancano le strutture adeguate per aiutarli».

Il nuovo centro educativo chiuso e la futura unità di cura psichiatrica integrata sono tasselli importanti ma non sufficienti. Chi seguirà i ragazzi quando saranno dimessi? Per evitare recidive serve un accompagnamento professionale sul lungo termine.

Dove finiscono allora questi giovani ‘difficili’?

Cerchiamo di collocarli nei vari reparti delle cliniche psichiatriche presenti sul territorio al fine di valutare meglio la situazione personale. Ovviamente non è una soluzione. Almeno abbiamo il tempo per cercare una sistemazione in strutture educative in Svizzera interna o in Italia. Ma ci sono lunghe liste di attesa. In Ticino abbiamo una decina di casi complessi e nessuna struttura dove possano ricevere un aiuto professionale e adeguato.

Come aiutare questi ragazzi alla deriva?

Di regola, alle maniere forti si prediligono altri approcci che hanno anche un effetto di protezione e di educazione e danno al giovane una prospettiva. Si valuta situazione per situazione personale nella sua completezza e di conseguenza si procede a collocarli con una misura protettiva nella struttura più adeguata. Nella Svizzera tedesca e romanda vi sono diversi istituti di questo tipo che hanno permesso a giovani coinvolti di diventare adulti autonomi. Un problema in questo tipo di collocamento è la mancata o la poca conoscenza della lingua tedesca o francese che impedisce di svolgere un buon lavoro educativo o terapeutico.

L’esecuzione della misura protettiva del collocamento in un istituto chiuso può avvenire in Vallese (al Centro educativo chiuso di Pramont) in base al concordato latino (cantoni romandi e Ticino), indipendentemente dalla conoscenza della lingua. Purtroppo vi è una lunga lista, al momento vi sono 15 ragazzi provenienti da tutti i cantoni romandi e Ticino in attesa di collocamento.

Il nuovo centro educativo chiuso, previsto in Ticino, non risolve il problema?

Il nuovo centro educativo chiuso potrà forse essere utile per alcune decine di ragazzi in rottura con famiglie e istituzioni, quando fermarli sembra l’unica via. Ma finita la crisi acuta occorre costruire un percorso, progettare un futuro con e per loro. E qui siamo sguarniti.


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Visto il moltiplicarsi di fattori di disagio, malessere e l’aumento della necessità di cura e accompagnamento, anche a causa di una maggiore complessità e gravità dei casi che richiedono un intervento tempestivo, il Consiglio di Stato ha approvato un messaggio per creare l’Unità di cura integrata per minorenni. Risolverà il problema delle liste di attesa ?

Sono molto contenta di questo messaggio. Creare questa unità psichiatrica, oltre al reparto psichiatrico all’Ospedale regionale di Lugano, apposito per i minori, comprendente 10 unità, è sicuramente un primo passo. Occorre comunque pensare a lungo termine. Al momento della dimissione i minori devono poter continuare quanto iniziato nell’Unità di cura e venir seguiti in modo professionale e continuo sia in modo ambulatoriale sia in modo stazionario in altre strutture. Un altro importante tassello sarà l’intervento precoce.

Lei, ricopre un ruolo di grande responsabilità, le sue decisioni possono determinare la futura traiettoria di un giovane, con quale spirito ha iniziato questo nuovo lavoro?

Ho iniziato 22 anni fa, come praticante. Oggi ho lo stesso entusiasmo di allora, la stessa determinazione, voglio aiutare questi ragazzi.


La magistrata dei minorenni Fabiola Gnesa

C’è un denominatore comune che lega situazioni di disagio?

Osservo una fragilità di fondo della società, dei genitori, delle istituzioni. A tanti giovani mancano punti di riferimento stabili e coerenti.

Difficile il ruolo di genitore con un adolescente, lei non è mamma…

È vero, non sono mamma e qualche genitore in udienza me lo ha fatto pure notare (‘Lei non sa cosa vuol dire…’!). Io però ascolto i ragazzi. Loro cercano esempi da seguire, che siano genitori, educatori, politici, ma comunque figure coerenti, autorevoli. Ai genitori dico di mettersi in gioco, di non mollare.

Le statistiche sulla criminalità giovanile raccontano una violenza in crescita, tutto ciò la preoccupa?

Da inizio anno siamo già a 1’046 procedimenti aperti, effettivamente sono tanti. Siamo ben sopra la media. Ma tra questi ci sono anche le sempre più numerose querele da autopostali perché i ragazzi non pagano il biglietto. Dal 2017 c’è stato un forte aumento dei reati, malgrado tanto lavoro di sensibilizzazione. A preoccupare è l’età sempre più bassa, incontro 13enni che fanno largo uso di sostanze per calmare l’ansia, non vanno a scuola, rifiutano ogni tipo di aiuto che venga da un adulto, scappano dagli istituti. Questi casi mi preoccupano.

Uno studio dell’Università di Zurigo fotografa nuovi micidiali cocktail con Xanax, codeina, oppiacei e alcol. Una moda che ha fatto già 30 morti, tutti adolescenti, dal 2018. C’è anche in Ticino?

Purtroppo sì, vediamo aumentare tra gli adolescenti questi cocktail di benzodiazepine, anfetamine e alcol. Molti usano i tranquillanti per calmare stati d’ansia, quando l’effetto è terminato ne hanno ancora e ancora bisogno. Osservo molta confusione e ignoranza, questi ragazzi sottovalutano le conseguenze dell’abuso di questi farmaci e sostanze che diminuiscono la capacità di valutare i rischi.


"Alcuni sembrano grandi e grossi, dei veri ‘duri’. Quando li ho davanti, molti piangono. Tutti sono molto soli e fragili"


Alcol e droghe sono la miccia di tanta violenza, basta nulla per innescare una rissa. Che cosa raccontano questi ragazzi quando se li trova davanti?

Alcuni sembrano grandi e grossi, dei veri ‘duri’. Quelli che girano in branco, fanno casino sul treno o scazzottate nel fine settimana. Quando li ho davanti, molti piangono, altri restano rigidi nella loro arroganza, tutti sono molto soli e fragili. Cercano di giustificare la loro violenza: ‘Mi ha spinto’, ‘Mi ha guardato male’. Motivi futili e sconcertanti che lasciano senza parole. Quando poi conosco le loro storie, posso comprenderli ma mai giustificarli.

Quale è l’identikit dei giovani che passano in Magistratura?

C’è un po’ di tutto, in base ai rapporti di polizia decidiamo se incontrarli o meno. Alcuni li vedo una sola volta, altri invece passano più volte, sono quelli che hanno situazioni personali o psichiche molto complicate. Se il magistrato decreta una misura protettiva con vari obiettivi, viene dato mandato al nostro Servizio educativo minorile, che conta 4 operatori che lavorano con il minore e la famiglia al fine di raggiungere questi obiettivi sia formativi sia relazionali. Verifico che questi obiettivi siano raggiunti regolarmente. Li possiamo accompagnare fino ai 25 anni di età.

C’è più violenza? Che cosa cova dietro?

Vi è stata un’evoluzione in salita negli ultimi tempi, lo si vede anche nei gesti quotidiani, c’è molta violenza verbale e purtroppo tante risse innescate da motivi futili, da droghe e alcol. In verità le denunce sono rare, spesso veniamo a conoscenza dei pestaggi grazie a filmati messi in rete, alle riprese delle telecamere di videosorveglianza o perché qualcuno finisce all’ospedale.

C’è un giovane che l’ha colpita particolarmente?

Sì, il ragazzo del delitto di Daro, era minorenne quando è stato accusato e condannato per aver ucciso il patrigno. Era un giovane intelligente ma molto solo. Quella vicenda mi ha lasciato tanta amarezza per molto tempo.

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