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11.07.2022 - 07:22

Umiliazioni storiche

di Gianni Ghisla
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Gli eventi della nostra epoca condizionano profondamente vissuti individuali e percezioni collettive. Volenti o nolenti, siamo chiamati a interrogarci sulle convinzioni, sul passato, sulle posizioni di fronte alle distruzioni dell’ambiente di vita e soprattutto di fronte alla guerra. Scelte coraggiose e dolorose sono inevitabili.

Mi sia concesso un aneddoto introduttivo. All’epoca, 50 anni fa, contribuii alla fondazione dei comitati dei soldati. Feci il militare con l’intento d’imparare l’uso delle armi e, se sono stato antimilitarista e pacifista, è stato per un ideale etico sovraordinato, non per un imperativo morale alla base dell’agire nel presente. Quando, a fine scuola reclute, la compagnia venne riunita, mi alzai e, per lo sconcerto degli ufficiali presenti, affermai: "Sappiate che in caso effettivo, io come tanti altri, non sappiamo da che parte tireremo". Ho riflettuto sovente su queste parole, che mi sono sembrate l’esaltazione un po’ onirica di un giovane idealista. Eppure, oggi, di fronte ai tristi tentennamenti di chi non vuole e non sa prendere posizione, appaiono in una luce diversa: l’intuizione di chi aspirava a una società nuova e più giusta, ma avvertiva di essere nel dubbio e di non avere certezza alcuna. Allora era la ricerca spontanea di una bussola morale, che oggi, di fronte alla tracotanza del potere, alla cecità del male umano e in virtù dell’apprezzamento dei principi di libertà e di solidarietà è maturata a scelta razionale. L’aggressione russa dell’Ucraina e, indirettamente, della democrazia, dello Stato di diritto e della libertà non può che avere una risposta: la resistenza, e la resistenza è armata, organizzata e solidale. Ciò significa prendere posizione senza mezzi termini per la solidarietà occidentale verso l’Ucraina, per l’Europa e per il Patto atlantico. Nessuno si illuda. È possibile solo stare dalla parte del male minore, ma è la storia delle civiltà umana a non lasciarci scampo, per quanto dolorosa la scelta e per quanto essa implichi l’abbandono delle convinzioni di un’esistenza. Chi tergiversa culla un’illusione, magari idealisticamente encomiabile, ma non può sottrarsi ai conti che deve fare con la storia e con sé stesso.

Per capire la posta in gioco, ci torna utile uno dei grandi classici del ’900. In uno scritto del 1917, Freud inquadra tre umiliazioni inferte dalla scienza al narcisismo umano: la prima, quella cosmologica, è dovuta a Copernico, che sottrae all’uomo l’illusione di essere il centro dell’universo. La seconda, quella biologica, la si deve a Darwin che mostra all’uomo di non essere al di sopra, ma di appartenere al regno animale. Con la terza, Freud proietta sé stesso nel gotha dei grandi della storia scientifica, delineando l’umiliazione psicologica, quella che toglie all’Io umano l’illusione di essere padrone di sé stesso, quando in effetti dal profondo del suo inconscio vi sono un Super-Io e un Es che lo condizionano suo malgrado. Oggi la scienza ci mette a confronto con la quarta umiliazione, quella ecologica. L’illusione di poter essere padrone della natura, radicata nella cultura cristiano-giudaica, si sta sciogliendo al sole al pari dei ghiacciai e mette a nudo l’orgoglio narcisistico dell’uomo e la hybris dei suoi mezzi tecnologici.

Se volgiamo di nuovo lo sguardo alla guerra, la storia sta rivelando un’illusione che investe soprattutto l’area politica e ideologica di sinistra e in specie quella generazione, protagonista dei movimenti degli anni 60 e 70, che aveva ridato slancio alle lotte sociali e all’idea di superamento del capitalismo, peraltro già con uno sguardo ai limiti dello sviluppo. La cultura politica che ne è scaturita sta arrivando al capolinea. Non tanto per gli ideali illuministici su cui si fonda, ma per i modelli di sistema di riferimento, comunismo e socialismo nelle sue forme ortodosse, e per le categorie utilizzate, ormai incapaci di catturare le caratteristiche del tecno-capitalismo e le nuove configurazioni geopolitiche. Gli ultimi colpi le vengono inferti da una guerra, ordita in una lunga trama da un regime dittatoriale e liberticida, ormai privo non solo degli ultimi residui dell’ideale comunista e socialista, ma anche di ogni legittimità etico-politica. A subirne l’umiliazione è quella sinistra – ma anche la destra sfacciatamente opportunista – che si dice contro ogni guerra e non vuole prendere posizione né per Putin né per la Nato, una sinistra che, da noi come altrove, cede alla tentazione populista e si aggrappa a un antiamericanismo autoreferenziale. Pretendere equipollenza morale tra Russia e Occidente è oggi un sordido atto di cecità di fronte all’evidenza, comprensibile solo quale rimozione della perdita di un ideale e incapacità di affrontare l’umiliazione che ne deriva. Ma il lutto non solo è indispensabile, implica scelte morali che interrogano passato e identità. Per tutti, ma in particolare per la sinistra, questa rielaborazione è premessa alla lucidità razionale necessaria nella ricerca di nuove forme di comprensione della realtà e dell’agire politico.

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