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20.01.2022 - 07:09

Ogni Cantone ha la fiscalità che si merita

di Ivo Durisch, capogruppo Ps in Gran Consiglio
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Nelle scorse settimane il Centro competenze tributarie della Supsi ha presentato l’aggiornamento del documento “Il prelievo fiscale nei Cantoni e nella Confederazione ai fini delle imposte dirette” la cui versione precedente risaliva al 2013. Uno studio, ampiamente riportato su tutti i media, che paragona la pressione fiscale nei diversi Cantoni stilando una classifica che va dal più attrattivo al meno attrattivo. Per ogni tipologia di imposta è stato considerato l’onere massimo nel capoluogo, nel comune con il moltiplicatore più alto e nel comune con il moltiplicatore più basso. La graduatoria, da cui emerge che il Ticino è poco attrattivo, è fatta esclusivamente sulle aliquote massime, ossia per le persone fisiche su quanto pagano i contribuenti particolarmente facoltosi.

A commento di questo studio si dice che il nostro Cantone soffre di immobilismo fiscale, soprattutto per le persone fisiche, e che questo potrebbe portare a una fuga di persone molto ricche oltre a una mancanza di attrattività per nuovi contribuenti benestanti. Il riferimento ai manager con stipendi a sei cifre è implicito visto che parliamo di imposte sulle persone fisiche e non di globalisti.

L’ipotetica fuga di grandi contribuenti è tuttavia un’argomentazione che non si è mai potuto comprovare perché i dati fiscali presenti nelle statistiche pubbliche sono insufficienti. Se però la teoria della concorrenza fiscale, che riduce a un’unica variabile la valutazione dell’attrattività di un Cantone, fosse corretta allora il Ticino nel suo immobilismo avrebbe dovuto subire un’erosione del substrato fiscale oltre a perdere contribuenti facoltosi.

Con i pochi dati che abbiamo proviamo a verificare dapprima se il fatto di essere poco competitivi è stato penalizzante per l’evoluzione del gettito cantonale. Se prendiamo i dati pubblicati sul sito della Confederazione per quanto riguarda i gettiti cantonali e guardiamo la loro evoluzione dal 2003 al 2017 il Ticino risulta essere al sesto posto con un incremento del gettito del 165%. Fanno meglio solo Vallese, Ginevra, Vaud, Zugo e Svitto. Ginevra, Vaud, e Ticino, Cantoni fra i peggiori per attrattività fiscale, sono fra i migliori per quanto riguarda l’evoluzione del gettito.

A una prima semplice lettura l’immobilismo fiscale non ha avuto effetti negativi sul gettito complessivo del Cantone. Vediamo ora se negli anni si è verificata una diminuzione del numero di persone particolarmente facoltose. Gli unici dati che abbiamo riguardano l’imposta sulla sostanza. Dal 2003 al 2017 Il numero di contribuenti con una sostanza superiore a 5 milioni di franchi è triplicato, mentre il numero totale di contribuenti nel Cantone è aumentato del 10 per cento. Basterebbero questi pochi dati per relativizzare la teoria della concorrenza fiscale.

Aliquote fiscali poco attrattive per le persone particolarmente facoltose non portano a una riduzione del substrato fiscale, né a una diminuzione del numero di contribuenti importanti. Le variabili in gioco sono altre e ben più complesse. Ma l’esca degli sgravi purtroppo continua ad avere il suo fascino, anche su chi non ha nulla da guadagnarci, anzi! La domanda da farsi però è se il nostro Cantone può permettersi di partecipare alla corsa al ribasso delle aliquote fiscali. La nostra risposta è no.

Il nostro Cantone a causa degli stipendi più bassi di tutta la Svizzera, stipendi che nel loro insieme costituiscono la base su cui pagano le imposte le persone fisiche, non può permettersi una pressione fiscale attrattiva per le persone ad alto reddito, ne va della sostenibilità delle sue finanze pubbliche. La ridistribuzione della ricchezza non si fa riducendo le imposte ai ricchi, tanto meno in un Cantone dove le prestazioni sociali sono chiamate a intervenire per coprire una lacuna di reddito dovuta a salari troppo bassi. Insomma, prendendo a prestito la frase di un amico: “Ogni Cantone ha la fiscalità che si merita!”.

Intanto la sirena degli sgravi è stata suonata un’altra volta e mentre al di fuori della Svizzera si saluta con entusiasmo un’imposta minima del 15% per le aziende internazionali con un fatturato superiore a 750 milioni di franchi, da noi si cerca di vanificarne subito gli effetti redistributivi sostituendo i precedenti “privilegi” speciali delle imprese con nuovi privilegi per i loro manager.

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