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la-rivolta-degli-schiavi-di-amazon-per-cambiare-l-economia
Vignetta di Franco Cavani (naufraghi.ch)
NAUFRAGHI.CH
06.04.2021 - 05:300
Aggiornamento : 08.04.2021 - 15:20

La rivolta degli schiavi di Amazon per cambiare l’economia

L'economista Christian Marazzi sul significato strutturale della battaglia per i diritti condotta dagli impiegati del colosso dell'e-commerce

Questo contenuto è stato pubblicato grazie alla collaborazione con il nuovo blog naufraghi.ch

Lo storico dell’economia dell’antichità Moses Finley ha dimostrato la portata epocale delle guerre servili nell’imprimere una svolta alle forme economiche e all’organizzazione sociale.

In che misura il primo sciopero in Europa degli ‘schiavi dell’algoritmo’ dell’intera filiera italiana di Amazon (lunedì 21 marzo), così come il referendum per la creazione di un sindacato al quale dovevano rispondere entro il 29 marzo i 5’800 dipendenti del magazzino Amazon di Bessemer in Alabama, rappresentano una svolta all’interno del capitalismo delle piattaforme, l’inizio di un ciclo di lotte contro l’impero digitale?

Negli Stati Uniti solo il 10% dei lavoratori è iscritto a un sindacato (30% in Italia, 21% in Svizzera), ma di sicuro, nella storia 25ennale dell’azienda più importante del mondo, nessuno dei dipendenti americani di Amazon (un milione) ha mai potuto iscriversi, dato che il sindacato semplicemente non c’è. Negli anni, le proteste dei lavoratori dei magazzini Amazon contro i turni massacranti, il controllo esasperato sulle attività svolte, le pause inesistenti e le disposizioni disciplinari del tutto arbitrarie si sono moltiplicate, ma nessuna protesta è mai riuscita ad andare oltre il caso isolato e a evitare licenziamenti in tronco. Il magazzino Amazon, inaugurato a Bessemer all’inizio del 2020, si trova in una regione dove il 25% della popolazione è povera e la forza lavoro di Amazon è per l’85% nera e per il 65% femminile. Per questo, l’entrata ufficiale del sindacato è da considerarsi come la prima sfida aperta e organizzata al gigante Amazon, che rischia di perdere il controllo assoluto sulla “sua” classe operaia.

Si tratta di una battaglia per la dignità, se è vero che sotto il profilo salariale Amazon offre un salario orario pari a 15 dollari l’ora, il doppio dei 7,25 previsti dal salario minimo. Come ha dichiarato alla tv Cbs Jennifer Bates, lavoratrice del magazzino Amazon-Bessemer, “Siamo trattati come se fossimo prigionieri che sono lì per portare a termine un lavoro”. “Ciò di cui la comunità non si rende conto è quello che succede dietro le quinte”; “Cosa stanno passando i lavoratori solo per assicurarsi che tutti ricevano i propri pacchi?”.

Il New York Times ha raccontato la pausa pranzo di Jennifer con queste parole: “…Si allontana dal posto di lavoro nel magazzino Amazon dove lavora, il tempo inizia a ticchettare. Ha 30 minuti esatti per andare in mensa e tornare. Ciò significa attraversare un magazzino delle dimensioni di 14 campi da calcio… Evita di portare il cibo da casa, perché riscaldarlo nel microonde le costerebbe ancora più minuti”.

La caparbietà antisindacale di Amazon sta creando le condizioni per uno scontro politico di proporzione nazionale, perfino il presidente Biden si è visto obbligato a dichiarare che “gli impiegati di Amazon devono essere liberi di sindacalizzarsi”.

Amazon ha rivoluzionato l’attività commerciale, nel farlo non ha trovato rivali, tranne in Cina dove da luglio 2019 ha deciso di vendere solo prodotti non cinesi, dopo aver provato a contrastare la multinazionale Alibaba e aver visto passare la sua quota di mercato dal 15% nel 2012 all’1% del 2018. Lo stesso in India. Ma queste sono eccezioni. Nel resto del mondo Amazon cresce da anni tra il 20 e il 40% ogni anno, e la crisi pandemica non ha fatto altro che accrescere in misura spropositata il suo valore azionario.

C’è chi propone di organizzare un boicottaggio di Amazon “per difendere il piccolo negozio vicino a casa”. Per quanto condivisibile (chi scrive non compra nulla su Amazon), non è detto che le condizioni di lavoro al negozio all’angolo siano migliori. Una proposta alternativa, avanzata da un gruppo di lavoratori Amazon della Cgil, “è quella di lottare per migliorare le condizioni di lavoro in Amazon, evidenziando allo stesso tempo che questo modello aziendale mostra rozzamente quello che potrebbe essere un moderno sistema di pianificazione e distribuzione delle merci, di quelle necessarie, non solo i capricci stupidi”.

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