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17.02.2021 - 18:490

Ricordo di una vittoria della scuola pubblica

Vent’anni or sono, il 18 febbraio 2001, la scuola pubblica ticinese fu la protagonista vittoriosa di una votazione cantonale originata da un’insidiosa iniziativa popolare, denominata “Per un’effettiva libertà di scelta della scuola”, che postulava un contributo finanziario dello Stato (ticket) a favore delle famiglie con figli iscritti alle scuole private. L’iniziativa era stata lanciata nel febbraio 1997 e aveva raccolto ben 24’140 firme. Il dibattito a tutti i livelli non si fece attendere e pochi mesi dopo venne costituita l’Associazione per la scuola pubblica del Cantone e dei Comuni (Aspcc). Il comitato promotore, presieduto dal prof. Mario Forni, superando nella sua composizione le tradizionali divisioni partitiche e confessionali, si presentava come ben rappresentativo di quella parte della società che si riconosceva nello Stato laico e democratico. Il manifesto del comitato promotore si concludeva con questa significativa dichiarazione: “… non possiamo esimerci dal segnalare che l’iniziativa ‘per un’effettiva libertà di scelta della scuola’ è ai nostri occhi una delle preoccupanti espressioni del liberismo di moda, che, col pretesto di ampliare le libertà dei privati, in realtà mira a smantellare lo Stato, con l’effetto ultimo di impoverire la maggior parte della popolazione a vantaggio di pochi privilegiati”.

Da quel momento e fino al giorno del voto l’Aspcc, tramite il comitato e numerosi altri membri, si impegnò in una campagna puntuale e argomentata per combattere l’iniziativa. Nel frattempo il Gran Consiglio aveva approvato, a stretta maggioranza, sia l’iniziativa sia un controprogetto che si distanziava ben poco dall’originale. Gli iniziativisti, a quel punto, avrebbero potuto ritirare l’iniziativa costringendo l’Aspcc a raccogliere le firme per il referendum sul controprogetto, ma non lo fecero. In vista della votazione fu costituito un comitato di sostegno al doppio No presieduto da Anna Biscossa, Giovanni Merlini e Raffaele Pedrozzi con altre 250 personalità del mondo politico, culturale, scolastico ed economico del Cantone. Nei mesi precedenti il voto il dibattito fu molto intenso su giornali, radio e Tv (non c’erano ancora i “social”).

“Non facciamo a pezzi la nostra scuola” era il motto che figurava sui manifesti dei contrari, mentre i sostenitori delle scuole private non trovarono di meglio che appropriarsi indebitamente della figura di Stefano Franscini. Un arrogante autogol!

Il risultato della votazione fu clamoroso. L’iniziativa venne bocciata dal 74,1% dei votanti con 62’517 no contro 21’690 sì e il controprogetto pure affossato con 61’175 no (73,3%) e 22’673 sì. Da notare che l’iniziativa ottenne ben 2’450 voti in meno rispetto alle firme raccolte! Il giorno dopo su laRegione, in un vibrante articolo dal titolo “Franscini vive”, Argante Righetti affermava: “È confermato il primato della scuola pubblica, che garantisce la libertà nella scuola e la parità delle opportunità, che, facendo convivere bambini e ragazzi di ogni condizione, svolge una insostituibile funzione di integrazione e di coesione sociale, e rifiuta i corpi separati per religione, per etnia, per luogo, per condizione sociale”.
L’esito del voto alimentò molte speranze nel mondo della scuola. Si chiedeva un piano di riforme nei vari settori come pure un’inversione di rotta in ambito finanziario: basta con le misure di risparmio, che già negli anni 90 avevano colpito soprattutto gli insegnanti, e avvio di una coraggiosa politica di investimenti. Purtroppo le cose andarono ben diversamente. Un paio di anni dopo, la maggioranza del Gran Consiglio prima, e il popolo poi, decretarono l’aumento di un’ora dell’orario settimanale dei docenti cantonali. In seguito furono respinti alcuni progetti di miglioramento della suola, quali la diminuzione del numero di allievi per classe, l’introduzione di servizi parascolastici come mense e doposcuola, per finire con la recente bocciatura del progetto “La scuola che verrà”. Certo, qualche parziale riforma è andata in porto, ma il bilancio di questi vent’anni è deludente, tanto è vero che, stando alla recente pubblicazione “La scuola ticinese in cifre”, il Ticino si trova ancora desolatamente al terzultimo posto tra i cantoni quanto a spesa per l’educazione.

La pandemia che ci opprime da un anno ha causato disagi e sofferenze a tutti i livelli e anche la scuola ha dovuto affrontare nuove difficoltà, tra chiusure, quarantene e insegnamento a distanza, causando non pochi problemi a docenti, allievi e famiglie. Ed a soffrirne maggiormente sono stati, una volta di più, i ceti meno favoriti. Ma proprio questa emergenza dovrebbe rafforzare in tutti noi la consapevolezza dell’importanza dell’educazione e dei principi di inclusione e giustizia alla base della nostra scuola pubblica.

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