Nel mirino arsenale missilistico, droni e impianti energetici. Indiscrezioni sul possibile impatto sulle elezioni di midterm e sui prezzi del petrolio.
Una campagna di tre giorni molto intensa per piegare l'Iran, colpendo il suo arsenale missilistico e di droni, in parte ricostruito rispetto agli inizi della guerra.
Su richiesta di Donald Trump, il Pentagono ha messo a punto nuovi piani per riprendere i combattimenti contro Teheran che includono fra gli obiettivi anche gli impianti energetici e le sedi del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Le indiscrezioni del New York Times non fanno riferimento alla tempistica dei possibili attacchi, se prima delle elezioni di metà mandato o dopo. Il presidente ha assicurato che non ci saranno prima delle Midterm, ma più volte nel corso degli ultimi mesi ha cambiato idea al riguardo.
La secca smentita di raid prima di novembre potrebbe anche essere una forma di depistaggio, simile a quella adottata nei giorni precedenti all'avvio delle ostilità. I rumors confermano comunque che qualcosa dietro le quinte si muove: da giorni si rincorrono indiscrezioni su un possibile attacco americano prima del 3 novembre con l'obiettivo di far calare i prezzi dell'energia per gli americani e, così, rafforzare le chance di successo dei repubblicani alle urne.
Secondo quanto riportato da Channel 12, il capo di stato maggiore dell'Idf Eyal Zamir è stato informato da alti funzionari americani dei preparativi dell'esercito americano per la possibilità di una ripresa su larga scala dei combattimenti contro l'Iran nelle prossime tre settimane. Un arco temporale che potrebbe portare al rinvio delle elezioni in Israele, alla luce della valutazione secondo cui l'Iran reagirebbe lanciando missili contro il Paese nemico, ha riferito Channel 12.
Le elezioni israeliane sono in calendario il 27 ottobre, una settimana prima di quelle americane, sulle quali non è chiaro quale impatto materiale potrebbe avere. Fra i maligni serpeggia l'idea che Trump, se mai decidesse di agire, potrebbe dichiarare un'emergenza nazionale e prendere così il controllo del voto negli Stati Uniti nel tentativo di bloccare quella valanga democratica alle urne che molti si aspettano.
Il presidente però si è mostrato finora ambivalente sulle sue prossime mosse, alternando l'idea di una totale distruzione dell'Iran a quella di trattative produttive. Negli ultimi mesi ha posto il suo veto a cinque piani presentati dal Pentagono per una ripresa dei combattimenti su larga scala in Iran e contro gli houthi. L'ultimo su tre giorni è stato al centro della riunione a Camp David presieduta dal vicepresidente JD Vance una settimana fa.
La proposta del Pentagono si articola, riporta il New York Times, in bombardamenti a tappeto e un rafforzamento della presenza americana nell'area, dove ci saranno tre portaerei a sostenere gli sforzi per piegare Teheran e farla capitolare alle richieste di Trump. Finora l'Iran ha resistito: il blocco americano ha indebolito l'economia del paese, ma la presa iraniana sullo Stretto di Hormuz non si è allentata.
Il transito di petrolio è infatti ai minimi nonostante le dichiarazioni pubbliche di Trump. Per rassicurare, il presidente ripete quotidianamente che milioni di barili scorrono per Hormuz. "Solo ieri 28 milioni, mai così tanti", ha detto dalla Casa Bianca, insistendo sul fatto che i prezzi dell'energia caleranno non appena il conflitto sarà archiviato. La guerra - ha ribadito - finirà "presto in un modo o nell'altro"