Giulio Regeni, tre 007 egiziani condannati per sequestro, ma non per l'omicidio
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Giulio Regeni, tre 007 egiziani condannati per sequestro, ma non per l'omicidio

La Corte d'Assise di Roma ha riconosciuto il reato di sequestro di persona, ma non l'accusa più grave di omicidio. I genitori accolgono la sentenza con dignità.

28 settembre 2026
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Tre condanne e un'assoluzione. Con il riconoscimento del solo reato di sequestro di persona ma non dell'accusa più pesante: l'omicidio, che era stata comunque contestata a un solo imputato.

Si chiude così, dopo otto ore di camera di consiglio, il processo per la morte di Giulio Regeni, il sequestro del dottorando italiano dell'Università di Cambridge trovato morto sulla strada che collega Alessandria d'Egitto con il Cairo il 2 febbraio del 2016, quasi dieci anni fa.

Una sentenza, quella emessa dai giudici della prima Corte d'Assise di Roma nei confronti di quattro 007 egiziani, accolta dai genitori del ricercatore, Paola e Claudio, e dalla sorella Irene, con dignità e senza lasciar trasparire emozioni. Un'immagine di forza anche nel momento più delicato, arrivato dopo una lunga battaglia per la "verità e giustizia".

"È evidente che bisognerà leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri", hanno detto tramite la legale Alessandra Ballerini, mentre lasciavano piazzale Clodio.

I giudici hanno di fatto stabilito che Regeni venne prelevato dagli apparati egiziani il 25 gennaio di quasi dieci anni fa al Cairo e portato in una struttura, una villetta nella periferia della capitale, nella disponibilità dei servizi segreti. Qui si ferma la sentenza dei giudici.

Su come Giulio venne ucciso, sulle torture subite, l'Assise afferma sostanzialmente che non ci sono elementi sufficienti per condannare gli imputati individuati: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l'uomo che materialmente avrebbe ucciso Giulio e per il quale era stato chiesto l'ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. A tutti e tre sono stati inflitti 10 anni per il sequestro di persona. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è invece stato assolto da tutte le accuse.

"Credo si possa dire che la parte sostanziale dell'impianto accusatorio ha retto", ha commentato il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, aggiungendo che la sentenza riconosce che l'attività "era stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano". Per il capo dei pubblici ministeri di Roma "si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte delle autorità egiziane. Siamo soddisfatti - ha aggiunto - per avere tirato fuori questo procedimento dal pantano in cui era finito".

Anche il suo collega di ufficio, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco - titolare del fascicolo dal primo giorno - parla di "una sentenza storica" che conferma "la ricostruzione della Procura". Dalla lettura "del dispositivo sembra emergere come gli elementi raccolti nelle indagini non siano invece stati ritenuti sufficienti per ricondurre specificatamente, nell'ambito degli apparati, proprio al maggiore Sharif l'omicidio in cui è culminato il sequestro. Questo è stato evidentemente dovuto al muro di omertà dell'Egitto". I magistrati attenderanno il deposito delle motivazioni e solo allora valuteranno se presentare o meno appello.

Nella sentenza i giudici hanno disposto una provvisionale immediatamente esecutiva a carico dei condannati di 200mila euro a testa per il padre e la madre di Regeni, 100mila euro per la sorella Irene e della somma di 150mila euro per la presidenza del Consiglio dei ministri. Le motivazioni verranno depositate entro 90 giorni.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni