La distanza tra il tavolo negoziale israelo-libanese di Roma e il terreno del Libano meridionale si allarga di giorno in giorno con l'esercito dello Stato ebraico che mette a ferro e fuoco il sud del Libano con raid aerei, di artiglieria e con l'uso di bombe al fosforo.
Il premier libanese Nawaf Salam denuncia le violenze di Israele come una violazione del diritto internazionale. L'esercito israeliano dal canto suo afferma di essere impegnato nell'annientamento delle infrastrutture di Hezbollah, il partito libanese alleato dell'Iran.
La battaglia da giorni si combatte nel distretto di Nabatiye, sulla collina di Ali Taher. Per la prima volta dal fronte filtrano, tramite media regionali, dettagli sull'uso combinato di robot da ricognizione e di gas tossici iniettati nei tunnel scavati sotto la collina.
Il fosforo bianco, arma proibita dal diritto internazionale ma ripetutamente usata da Israele in aree abitate da civili, è stato usato stamani proprio sulle alture di Ali Taher. Secondo l'esercito israeliano, il sito ospita una struttura del 'partito di Dio', con gallerie di comando e deposito di armamenti. Le forze israeliane hanno finora tentato senza successo di conquistarla.
Intanto vigili del fuoco e residenti del Libano meridionale tornano ad accusare l'esercito israeliano di appiccare incendi nella regione. Secondo il Guardian dall'ultimo 'cessate il fuoco' di metà giugno circa il 30-40% del territorio vicino alla linea del fronte è stato colpito volontariamente dalle fiamme.
Nelle ultime ore razzi illuminanti sganciati su un'area boschiva alla periferia di Khiam hanno innescato un rogo, e quando i vigili del fuoco sono intervenuti un drone ha colpito nelle vicinanze costringendoli a ritirarsi, secondo il racconto della Protezione civile libanese.
In questo contesto, il premier Salam afferma che le distruzioni sistematiche di case, quartieri, infrastrutture, edifici governativi e luoghi di culto non trovano giustificazione nella presunta presenza di "installazioni militari". Il premier ha ribadito che la sovranità del Libano e il diritto degli abitanti del sud a ricostruire i propri villaggi non sono negoziabili.
Sulla stessa linea l'esercito libanese, secondo cui le distruzioni confermano la volontà dell'occupazione di infliggere il massimo danno possibile ai villaggi del sud e di impedire il ritorno alla stabilità, ostacolando sia lo schieramento delle truppe sia il rientro degli abitanti.
Secondo osservatori locali, più che il fosforo sganciato nelle ultime ore pesa la dinamica che si ripete da mesi: ogni round di colloqui è preceduto da un'impennata di tensione sul terreno. E ogni escalation rafforza la posizione israeliana al tavolo.
A poche settimane dalle attese elezioni, il premier israeliano Benyamin Netanyahu aveva parlato nei giorni scorsi di un'"operazione di importanza maggiore" in corso in Libano. E Beirut ha già minacciato di disertare il prossimo ciclo negoziale, previsto a Roma ai primi di settembre.
Il malessere era esploso già nell'ultimo round romano, quando la delegazione libanese aveva lasciato la sala convinta che Israele stesse guadagnando tempo, prima di essere richiamata al tavolo da un intervento statunitense. Proprio oggi il presidente libanese Joseph Aoun ha ricevuto il generale Joseph Clearfield, a capo del meccanismo Usa di sorveglianza del "cessate il fuoco".