Estero

Damasco condanna a morte Assad, ma lui è protetto a Mosca

11 agosto 2026
|
Aggiungi laRegione alle tue fonti di Google

Quindici anni si condensano in uno schermo diviso in due: sopra, la piazza di Daraa nella primavera del 2011, gremita di giovani che protestano contro Assad; sotto, Atif Najib, il "torturatore di bambini di Daraa", dietro le sbarre di una gabbia, la testa rasata, la casacca a righe dei detenuti.

Tra le due immagini, il tempo di una condanna: il tribunale di Damasco ha giudicato colpevoli di crimini di guerra e contro l'umanità l'ex raìs Bashar al-Assad, il fratello Maher e lo stesso Najib, che nel 2011, da capo della sicurezza politica di Daraa, ordinò l'arresto e la tortura degli adolescenti che avevano scritto sui muri slogan contro il regime, la scintilla da cui divampò la rivolta, poi degenerata in una guerra civile e regionale costata oltre mezzo milione di morti e decine di migliaia di scomparsi. Fuori dall'aula, una donna vestita a lutto si asciuga le lacrime tra la folla che regge le foto dei parenti uccisi.

Insieme a Bashar, Maher e Najib, la Corte ha condannato a morte in contumacia l'ex ministro della difesa, Fahd al-Freij, l'ex capo dell'intelligence militare a Daraa, Luay al-Ali, e i funzionari Qusay Mihub, Wafiq Nasser e Talal al-Aisami. La Corte ha disposto anche il sequestro dei beni dei condannati e mandati d'arresto internazionali per i latitanti.

La sentenza non è definitiva: il ministro della giustizia, Mazhar al-Wais, ha dichiarato alla tv di Stato che le condanne saranno trasmesse alla Corte di cassazione, con 30 giorni di tempo per l'appello.

È la prima sentenza di questo tipo contro i vertici del sistema dinastico caduto nel dicembre 2024. Per Bashar e Maher, però, la condanna resta soltanto sulla carta. Bashar vive protetto a Mosca dal dicembre 2024, quando il Cremlino gli concesse asilo; su Maher, dato per rifugiato tra Iraq e Kurdistan iracheno, con un avvistamento mai verificato vicino a Mosca dal 2025, la Russia non si è mai pronunciata. Nessun accordo, nemmeno quello siglato due giorni fa sulle basi russe nella Siria mediterranea, affronta la sorte di Assad. In aula, il giudice Fakhreddin al-Aryan ha condannato per omicidio premeditato e tortura con esito letale, includendo esplicitamente "l'uccisione intenzionale di bambini sotto i 15 anni".

Sebbene la retorica ufficiale di Damasco presenti la sentenza come la svolta della giustizia post-Assad, la pena capitale potrebbe diventare esecutiva soltanto per Najib, l'unico tra gli otto condannati comparso fisicamente in aula. Bashar ha guidato per ventiquattro anni l'apparato repressivo del regime; Maher, comandante della Quarta divisione corazzata, è accusato dalla giustizia francese di complicità negli attacchi chimici di Ghuta e Duma.

L'intesa sulle basi costiere di Hmeimim e Tartus, che le trasforma in centri di addestramento congiunti, non affronta la questione: Damasco continua a chiedere la consegna di Assad, Mosca continua a non concederla.

Human Rights Watch definisce il caso Najib "un test della capacità delle autorità siriane di fare giustizia credibile" per gli abusi dell'era Assad. Intanto la "nuova" Siria, sempre più inserita nel dispositivo di sicurezza regionale disegnato da Washington e da Israele, resta attraversata da violenze: massacri di civili alawiti e drusi nel 2025, l'assedio di fatto alla regione di Sweida, centinaia di arresti arbitrari dall'inizio dell'anno secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani.

Segui laRegione su: WhatsApp oppure Telegram e ricevi ogni mattina le notizie principali
Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni