Ministri Ue considerano legittimo il progetto di sei Paesi ma preferiscono procedure in paesi terzi, rafforzamento delle frontiere e rimpatri
Potrebbero non essere gli hub europei la panacea all'immigrazione irregolare. Per la Commissione europea ci sono altri strumenti più efficaci per contrastare e prevenire gli arrivi, a cominciare dalla possibilità di svolgere le procedure di asilo al di fuori dell'Unione europea (UE), in un paese terzo sicuro.
Nella riunione straordinaria di oggi dei 27 ministri dell'interno, il tema degli hub europei di rimpatrio è stato sì menzionato ma non è stato il tema centrale. Il progetto a cui sei paesi stanno lavorando (Paesi Bassi, Danimarca, Germania, Grecia, Austria e Italia) è "legittimo", riferisce il commissario europeo alla migrazione Magnus Brunner. Tuttavia, si tratta di un'iniziativa di un gruppo ristretto di paesi con ancora molte incognite.
Essendo uno strumento "innovativo" previsto dal nuovo regolamento rimpatri, potrebbe anche essere finanziato da fondi comunitari, ma questo dipenderà dalle discussioni non facili che avverranno sul prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. C'è poi da capire la struttura operativa che tali centri potranno avere, oltre al nodo degli accordi da stipulare con i paesi ospitati.
Più facile, forse, sfruttare il nuovo concetto di paese terzo sicuro, ovvero quei paesi alle frontiere dell'UE che potrebbero già garantire di per sé una protezione umanitaria ai richiedenti asilo, impedendo loro di fatto di raggiungere l'Unione europea.
Diverso è il caso, invece, della lista dei paesi terzi di origine sicuri (Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco, Tunisia più i paesi candidati all'adesione all'UE) che consente una procedura accelerata delle analisi delle domande, lasciando sempre obbligatoria la valutazione individuale dei singoli casi.
Il percorso è quello tracciato dalla Commissione europea - e condiviso oggi anche dagli Stati membri - nella lettera della presidente Ursula von der Leyen al premier spagnolo Pedro Sánchez, che prevede una maggiore cooperazione con i paesi partner, il rafforzamento delle frontiere esterne, anche attraverso il nuovo mandato dell'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), che sarà adottato dopo l'estate, infrastrutture fisiche nei punti critici, lo smantellamento delle reti di trafficanti e l'accelerazione dei rimpatri.
L'ultimo punto riguarda i sistemi di allerta precoce: "Dobbiamo monitorare le tendenze della disinformazione, anche sulle reti sociali, lavorando con Europol (l'Agenzia dell'Unione europea per la cooperazione nell'attività di contrasto) e le altre agenzie dell'UE", spiega Brunner, avvertendo della presenza di "attori che non hanno alcun riguardo per la sicurezza o persino per la vita di persone innocenti".
Forse è proprio questa la vera novità della crisi migratoria lampo di Ceuta (exclave spagnola circondata dal Marocco), ora rientrata, "un test ampiamente superato" a detta del commissario. Il ruolo degli attori esterni e delle reti sociali che hanno fatto rimbalzare tra la popolazione marocchina disinformazione e false speranze, ma anche l'uso strumentale e politico della situazione anche dai nemici esterni del progetto europeo.
Ecco perché, per evitare il diffondersi di una propaganda anti-UE, alla fine alla riunione dei 27 è emerso un messaggio unanime di solidarietà alla Spagna. Il riferimento alla mega sanatoria di Sánchez che ha regolarizzato oltre 600'000 migranti come possibile motivo di attrazione per i profughi è stato solo menzionato e non è stato direttamente collegato all'assalto di Ceuta.
Di certo per l'esecutivo dell'UE, "non è un buon segnale per il resto d'Europa". Sul ruolo delle autorità marocchine, invece, occorre attendere l'esito delle indagini che la Spagna sta conducendo, riferisce Brunner.
Quello di oggi è stato solo un primo confronto, i contorni delle soluzioni innovative sui migranti si definiranno nei prossimi mesi, a cominciare dal Consiglio degli affari interni del primo ottobre e poi soprattutto al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre in cui i leader dei 27 avranno un dibattito sostanziale sul tema.
Parallelamente, prosegue l'iniziativa della Dichiarazione di Chișinău, adottata dai 46 Stati membri del Consiglio d'Europa il 15 maggio scorso per spingere la Corte europea dei diritti dell'uomo a interpretare in maniera più morbida le Convenzioni internazionali sulla migrazione e l'asilo.