Barriere galleggianti e boe installate, migliaia rimpatriati, ospedali sotto pressione e circa 7.000 minorenni nella città autonoma
Alle sette e cinquanta del mattino, sul molo del Tarajal, le gru iniziano a calare in mare le prime barriere galleggianti. Sulla scogliera, pochi curiosi e molti agenti osservano in silenzio.
Nell'exclave spagnola i negozi hanno riaperto, il traffico è tornato, ma la città fatica a rialzarsi, dopo lo tsunami di circa 60.000 migranti che ha mandato sotto shock i suoi 85.000 abitanti. Continua il controesodo verso il Marocco, con una fiumana di ragazzi affamati e a testa bassa che attraversa in senso opposto la frontiera, ma il mare non smette di restituire cadaveri.
Il drammatico bilancio delle vittime continua a salire. Ai 67 corpi recuperati dalla Guardia Civil nelle acque spagnole si aggiungono almeno altri 17 ritrovati sulla costa marocchina: è una strage di almeno 84 annegati nel tentativo di raggiungere a nuoto il territorio europeo, mentre si cercano i dispersi.
Per fermare i nuovi attraversamenti, Madrid ha avviato l'installazione di una barriera pneumatica lunga 500 metri, affiancata da una linea di boe e da un corridoio per le motovedette. Una decisione in attuazione della sentenza della Corte Suprema dello scorso 8 luglio, secondo cui non può essere applicato il respingimento alla frontiera dei migranti che accedono a nuoto, "poiché non ci sono elementi di contenimento fisico che impediscano il loro accesso al territorio nazionale", come ha spiegato il ministro dell'Interno, Fernando Grande-Marlaska, nell'illustrare il piano di intervento ai media.
Ora gli elementi di contenimento ci saranno, ma "arrivano tardi", hanno constatato il presidente di Ceuta, Juan Jesús Vivas, e le opposizioni. Grande-Marlaska ha riconosciuto che "le immagini del 30 luglio sono state scioccanti, ma - ha aggiunto - deve avere un impatto in positivo anche la reazione del governo di Spagna per invertire la situazione", rimpatriando la quasi totalità degli arrivati "in maniera efficiente e in così breve tempo".
Il governo parla di una situazione ormai sotto controllo: "In meno di 48 ore si sta raggiungendo la normalità", ha assicurato il titolare dell'Interno, ricordando che almeno 48.300 persone sono già rientrate in Marocco. Ma il presidente di Ceuta frena l'ottimismo: "La situazione non è ancora tornata alla normalità. Ancora ci sono migliaia di persone che devono essere rimpatriate e la popolazione vive ancora un clima di inquietudine e preoccupazione", ha detto Vivas.
Nelle strade la tensione resta alta, mentre l'estrema destra soffia sul fuoco convocando manifestazioni contro la gestione della crisi migratoria. Gruppi di ragazzi magrebini non intendono rinunciare al sogno di arrivare in Spagna e oppongono resistenza ad abbandonare l'exclave. Restano nascosti nei boschi sulle colline che sovrastano il Centro di accoglienza temporanea (CETI), presidiato dall'esercito, chiedendo aiuto e acqua o cibo, ripresi in diretta dalle TV locali.
L'emergenza continua anche negli ospedali, dove il sindacato dei medici denuncia una "catastrofe assistenziale", con il sistema sanitario insufficiente a far fronte alla pressione delle emergenze, con casi di ipotermia, annegamenti, traumi e decine di minori in condizioni critiche.
Il nodo sono almeno i 7.000 bambini e minorenni che le associazioni per i diritti dei migranti stimano siano entrati nella città autonoma e che hanno diritto a restare sotto la tutela delle autorità locali.
Anche re Felipe VI è intervenuto con parole dure. Ha espresso "preoccupazione e indignazione" per quanto accaduto a Ceuta e Melilla, affermando che "lo Stato deve garantire la sicurezza delle città autonome ed evitare che questi fatti, costati la vita a decine di persone, si ripetano".