Un premier ormai fantasma, in visita di congedo a Kiev alla ricerca delle ultime luci dei riflettori; un successore pronto a sloggiarlo, ma rintanato per il momento dietro le quinte a cercare la quadra sugli slogan programmatici e sul suo team di governo.
È lo scenario della politica britannica nel giorno di chiusura dei termini per la presentazione delle candidature a chi succederà al 62enne Keir Starmer al numero 10 di Downing Street: candidature ridotte in realtà da tempo a una sola, quella del deputato, ex ministro ed ex sindaco 56enne di Manchester Andy Burnham, destinato a diventare nuovo leader del Partito laburista di maggioranza (senza rivali e quindi senza necessità di voto fra la base degli iscritti, ma con il plebiscito del gruppo parlamentare e dei sindacati affiliati) e ad essere automaticamente incoronato lunedì come capo del governo di Sua Maestà.
Starmer ha scelto l'Ucraina per l'ultima visita all'estero da premier. Rivendicando l'aiuto militare dato a Kiev contro la Russia, per poi assicurare che il sostegno del Regno Unito resterà "ferreo" pure con il successore. E ottenendo in cambio il grazie, l'abbraccio e l'onorificenza dell'Ordine della Libertà dal presidente Volodymyr Zelensky: tributo che Zelensky aveva a suo tempo concesso anche a Boris Jonhson.
Ultimo scampolo di gloria oltre confine per sir Keir, costretto a farsi da parte anticipatamente in patria dopo soli due anni al potere sulla scia di livelli record d'impopolarità. Mentre si attende di capire se e in che misura le promesse di cambiamento potranno trovare attuazione concreta in Burnham, sulla carta leggermente più progressista di lui.
Il cosiddetto "re del Nord" trova se non altro in eredità il sollievo di un dato mensile sulla crescita del Pil britannico tornato a salire (dello 0,1%). E la formalizzazione in extremis da parte della compagine dimissionaria dell'annunciatissima rinazionalizzazione di British Steel, colosso strategico in crisi dell'acciaio: un passo in linea col suo impegno dichiarato a ridare maggior spazio allo Stato in alcuni settori dell'economia.
Modello sperimentato con qualche successo da sindaco che tuttavia, retorica sul decentramento a parte, appare già in procinto di poter essere annacquato nella sua trasposizione nazionale. Almeno a giudicare dalle prime nomine e dal toto-ministri. Ad esempio con la designazione come capo dello staff di James Purnell, ex tessitore di trame del New Labour blairiano e noto sostenitore d'una riforma dimagrante del welfare, uscito anni fa dalla politica attiva per diventare consulente di business di giganti dell'hi-tech come Amazon o del contestatissimo gestore privato dei servizi idrici Thames Water (che in teoria il nuovo governo dovrebbe aver interesse a liquidare).
Ma soprattutto con l'ascesa nei pronostici per la poltrona ministeriale più importante di tutte, quella di cancelliere dello Scacchiere e titolare delle Finanze, della 45enne Shabana Mahmood, avvocata senza studi economici alle spalle e ministra dell'Interno in fama di 'falco' contro l'immigrazione e sull'ordine pubblico nel gabinetto Starmer: spinta dal Financial Times, voce della City, come figura gradita "alla destra del Labour" e ai mercati. Scelta che potrebbe far presagire un colpo di freno rispetto a svolte progressiste credibili del 'compagno Andy'.
In un primo tempo deciso a indicare per questo ruolo chiave lo storico alleato di corrente della soft left, e ministro dell'Energia uscente, Ed Miliband, vittima da giorni di una campagna ostile senza tregua della stampa conservatrice, dell'establishment economico e di settori della stessa nomenklatura laburista. Uniti nel considerare "Red Ed" troppo "di sinistra" e troppo a favore delle emissioni zero.