Oppositori sventolano bandiere pre-rivoluzionarie e cantano a favore di Reza Pahlavi; all'interno dell'arena compaiono anche bandiere ufficiali della Repubblica Islamica
Nei serpentoni che avanzano verso gli ingressi e i metal detector si notano - in numero assai inferiore - anche iraniani con la bandiera ufficiale della Repubblica Islamica. Qualcuno la indossa sulle spalle, altri la tengono piegata sotto il braccio. La tensione è sottotraccia, ma il contrasto dei simboli e dei sentimenti è evidente. Attorno alla gigantesca arena al sud di Los Angeles va in scena la frattura della comunità di esuli più grande del Paese.
Ryan, nato qui da una famiglia iraniana, ha preso il pomeriggio libero dal lavoro per venire alla partita con quattro amici. Prima di farsi fotografare si lega una bandana nera sugli occhi. "È per i nostri fratelli e sorelle uccisi da questo regime", dice. In mano stringe la bandiera pre-rivoluzionaria che spera di portare all'interno dello stadio. "Non so come mi sentirò quando inizierà la partita - dice all'ANSA - È tutto molto dolce-amaro. Amo il calcio, sarò felice se l'Iran segna. Ma non voglio che la vittoria venga usata dagli ayatollah come propaganda".
Dentro lo stadio l'atmosfera cambia. Tra le tribune quasi piene occhieggiano sia le bandiere ufficiali della Repubblica Islamica sia quelle con il leone e il sole, che il ministro dello sport iraniano aveva chiesto di non farle entrare nell'arena.
Appena superati i controlli, un ragazzo posa per una foto con il padre e lo zio, che stringono la bandiera dell'Iran degli Scià. "La guardia me l'ha quasi ritirata, poi ha chiuso un occhio", racconta in un sospiro di sollievo e di riscatto. Si commuove: "Ce l'abbiamo fatta. La nostra vera bandiera è ai Mondiali".