Il neo premier minaccia di usare la supermaggioranza per riscrivere la Costituzione e sostituire Tamas Sulyok, con possibili ripercussioni da Bruxelles
"Spero che mi stia ascoltando". Il giorno dopo la rivoluzione delle urne ungheresi, Peter Magyar aveva guardato dritto nelle telecamere per sfidare il presidente Tamas Sulyok. Lo aveva dipinto come un «burattino indegno» chiamato a compiere un ultimo atto: affidargli il governo e poi uscire di scena.
La prima richiesta è stata esaudita. La seconda no. Scaduto l'ultimatum, il primo vero duello politico della nuova Ungheria si è consumato in un faccia a faccia tra le mura del Palazzo Sandor, la residenza presidenziale affacciata sulla collina di Buda.
L'ultimo faccia a faccia tra i due, anziché ricucire lo strappo, ne ha certificato la rottura. E, davanti all'ennesimo diniego di Sulyok - ritenuto uno degli ultimi custodi del sistema costruito da Viktor Orbán -, il neo premier è pronto a forzare la mano facendo leva sulla supermaggioranza conquistata al voto per riscrivere la Costituzione. Un passaggio destinato però a finire al vaglio di Bruxelles sul terreno minato dello Stato di diritto.
L'ultimo tentativo di dialogo tra Magyar e Sulyok è naufragato in pochi minuti. Il presidente ha rotto il silenzio con un lungo messaggio su Facebook, escludendo qualsiasi ipotesi di dimissioni e accusando il governo di voler piegare la Legge fondamentale a fini politici. "Non esiste alcun motivo costituzionale per lasciare l'incarico", ha rivendicato.
La replica del premier è arrivata in tempo reale, davanti ai cancelli del Palazzo Sandor. "La Repubblica ungherese non appartiene a Tamas Sulyok. Non appartiene a un partito e non appartiene a un sistema politico", ha scandito Magyar, rafforzando il suo atto d'accusa contro quelli che definisce anni di "silenzi e omissioni" sulle restrizioni al diritto di manifestare, sulle campagne contro oppositori e attivisti, sui diritti delle minoranze ungheresi e perfino sui rapporti con Mosca.
"Se manterrà la sua posizione, avvieremo immediatamente le procedure necessarie", ha avvertito il nuovo leader del governo forte di una supermaggioranza di 141 seggi su 199, stimando in circa "un mese" i tempi per arrivare alla sostituzione del capo dello Stato con un emendamento alla Carta fondamentale.
Un destino che Magyar immagina anche per molte altre figure simbolo dell'era Orbán, dal presidente della curia al procuratore capo, fino ai vertici della Corte costituzionale e dell'autorità dei media.
Lo scontro interno rischia però di trasformarsi in un test di credibilità davanti all'Europa. Un'eventuale rimozione attraverso norme costruite ad hoc, nel monito dello stesso Sulyok, potrebbe riaccendere a Bruxelles i sospetti sullo Stato di diritto che il nuovo governo ambisce a lasciarsi alle spalle.
Soltanto pochi giorni fa Ursula von der Leyen ha aperto allo sblocco graduale di 16,4 miliardi di euro tra Recovery fund e fondi di coesione, ma ogni euro - ha avvertito a più riprese - continuerà a dipendere dall'attuazione delle riforme e dal rispetto degli standard democratici.
Lo stesso vale per il Safe, il maxi piano europeo per la difesa, dal quale Budapest punta a ottenere altri 16 miliardi di euro. A dispetto dei negoziati intensi, il via libera - confidano diverse fonti a Palazzo Berlaymont - resta appeso alle stesse variabili di trasparenza, controlli sugli appalti e stato di diritto.