Donald Trump prosegue nella ricerca della formula magica che gli assicuri la vittoria in Iran pur continuando a dichiarare di averla già ottenuta.
Inizialmente sono stati i raid aerei dello scorso giugno volti, nelle parole del presidente americano, a "radere al suolo" il programma nucleare di Teheran. A febbraio è seguita l'operazione "Epic Fury" in collaborazione con Israele per innescare - sempre nelle intenzioni di Trump - un cambio di regime e una sollevazione popolare.
Quindi il presidente ha puntato sul blocco del traffico marittimo iraniano per spezzare la morsa dei pasdaran sullo Stretto di Hormuz. Infine, è scattato il piano "Project Freedom" per assistere le navi rimaste bloccate nello strategico tratto di mare.
Ma nessuno di questi piani ha portato i risultati sperati da Washington e Trump è stato costretto a ritornare alla casella di partenza: negoziare un'intesa con un regime che ha decapitato ma non spazzato via.
Secondo funzionari ed analisti, il commander-in-chief è entrato in guerra senza un disegno preciso e soprattutto basandosi su un'interpretazione distorta della strategia, della psicologia e della capacità di adattamento dell'Iran che, alla fine, non si è mai arreso.
Anzi Teheran ritiene di avere il sopravvento sugli USA e di poter resistere alle pressioni economiche, come già accaduto in passato, più a lungo di quanto Trump riesca a tollerare l'aumento dei prezzi dell'energia causato dall'interruzione del traffico attraverso lo stretto.
E, nonostante il presidente abbia dichiarato ai media di "non temere un altro Vietnam", il suo obiettivo adesso è diventato sfilarsi dal conflitto il prima possibile per evitare una "guerra-pantano", anche in vista delle elezioni di metà mandato.
Trump ha dichiarato e continua ad affermare che gli Stati Uniti hanno vinto in Iran ma per gli esperti si tratta di una "vittoria di Pirro", un termine che in America è usato per riferirsi anche alla guerra in Iraq, alle operazioni americane in Libia e praticamente a tutti gli interventi occidentali in Medio Oriente degli ultimi trent'anni.
Nel caso specifico, la domanda è se gli Stati Uniti si stiano avviando in Iran ad una vittoria che lascia chi l'ha conseguita in una posizione peggiore rispetto a prima e allo stesso avversario.
Se si considerano i costi economici - dai 25 miliardi dichiarati ufficialmente dal Pentagono ai circa 70 miliardi stimati da organizzazioni indipendenti - e quelli politici, la risposta sembra essere affermativa.
Trump ha sostenuto che la guerra non può finire finché non sarà risolta la questione del nucleare, uno dei 14 punti contenuti nella bozza d'accordo su cui si sta discutendo in queste ore.
L'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) ritiene che gran parte del materiale sia ancora stoccato all'interno di tunnel presso il complesso nucleare di Isfahan e, a causa dei danni causati dai raid di giugno, sarà necessario l'impiego di macchinari pesanti per estrarlo.
Il presidente americano potrebbe benissimo dichiarare vittoria qualora riuscisse a indurre l'Iran ad accettare un accordo sulle sue future capacità di arricchimento ma, secondo gli analisti, se anche a Teheran fosse concesso di mantenere una quantità di materiale sufficiente alla realizzazione di circa dieci ordigni significherebbe che la guerra è stata un fallimento.