Il Giappone compie un passo decisivo nel riorientamento della propria strategia di sicurezza, aprendo di fatto all'esportazione di armamenti letali verso paesi partner.
Con la revisione dei principi sul trasferimento di equipaggiamenti per la difesa, viene sancita una svolta che supera decenni di autolimitazioni nel settore militare, in un contesto regionale segnato dall'acuirsi delle tensioni con Cina, Corea del Nord e Russia.
Nello specifico, la decisione adottata dal Consiglio di sicurezza nazionale e ratificata dall'esecutivo, elimina le precedenti limitazioni che circoscrivevano le esportazioni a cinque categorie non offensive - soccorso, trasporto, allerta, sorveglianza e sminamento - introducendo una distinzione tra sistemi "letali", come missili, sommergibili e caccia, e "non letali", tra cui radar e sistemi di controllo. Per questi ultimi non sono previste restrizioni geografiche, mentre gli armamenti potranno essere ceduti ai 17 paesi con cui Tokyo ha accordi per la protezione delle informazioni classificate, tra cui Stati Uniti e Regno Unito.
"Di fronte a un ambiente di sicurezza sempre più complesso, nessun paese può garantire da solo la propria sicurezza", ha dichiarato la premier Sanae Takaichi, sottolineando l'importanza di rafforzare la cooperazione tra partner. La leader conservatrice - considerata un falco in materia di sicurezza - ha ribadito che la riforma non modifica l'impegno del Giappone come "paese votato alla pace", richiamando i principi sanciti dalla Costituzione pacifista.
Il nuovo sistema prevede che ogni esportazione di armamenti letali sia sottoposta all'esame del Consiglio di sicurezza nazionale, che valuterà il contesto del paese destinatario e le implicazioni per le Forze di autodifesa. Le decisioni verranno poi comunicate alla Dieta, il cui ruolo resta soltanto consultivo, alimentando interrogativi sull'effettivo controllo parlamentare.
Resta in linea di principio il divieto di esportare armi verso paesi coinvolti in conflitti attivi, ma anche in questo caso il testo introduce una clausola di "circostanze eccezionali" che consente deroghe qualora siano in gioco interessi vitali per la sicurezza nazionale, con un riferimento esplicito alle "operazioni militari statunitensi nell'Indo-Pacifico".
Come prevedibile, la mossa ha suscitato reazioni immediate nella regione: Pechino ha espresso "seria preoccupazione" per quella che ha definito una "militarizzazione avventata", mentre Seul ha invitato il Giappone a mantenere la propria politica di difesa nel solco dello spirito pacifista.
Le tensioni si inseriscono in uno scenario già complesso, tra le recenti esercitazioni congiunte di Stati Uniti e Filippine, dove il Giappone ha partecipato attivamente, e le dispute nel Mar Cinese meridionale e su Taiwan. Sul fronte interno, la riforma divide l'opinione pubblica: secondo un sondaggio della radiotelevisione pubblica Nhk, il 53% dei giapponesi si oppone alle esportazioni di armi letali, a fronte del 32% favorevole, mentre gruppi di pacifisti hanno già organizzato manifestazioni di protesta in diverse città.
Entro fine anno è attesa la revisione dei principali documenti strategici, con possibili incrementi della spesa militare e aggiornamenti delle capacità difensive. Tra i progetti chiave figura anche lo sviluppo del caccia di nuova generazione con l'Italia e il Regno Unito, che richiederà l'approvazione diretta del Consiglio dei ministri. In un mondo segnato dal riarmo e da tensioni geopolitiche crescenti, osservano gli analisti, la sfida sarà conciliare la nuova assertività sulla scena internazionale, con l'eredità pacifista che ha definito il paese del Sol Levante per quasi ottant'anni.