Estero

Trump striglia Netanyahu, "basta raid sul petrolio"

19 marzo 2026
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Donald Trump bacchetta Benjamin Netanyahu per gli attacchi al gas e al petrolio iraniano. "Gli ho detto di non farlo", ha assicurato il presidente alla Casa Bianca accanto alla premier giapponese Sanae Takaichi, dando voce a una frustrazione già espressa su Truth dove, con un messaggio infuocato in tarda serata, aveva smentito che gli Stati Uniti fossero stati informati del raid al giacimento di South Pars.

Le dichiarazioni del presidente contraddicono quanto fatto trapelare da Israele, secondo cui l'attacco era stato coordinato e approvato dall'amministrazione Usa. Con Netanyahu "andiamo d'accordo, ma in qualche occasione fa qualcosa E se a me non piace gli dico che noi non la facciamo", ha poi precisato, cercando di mostrare un fronte compatto fra i due alleati nonostante - come ammesso dalla direttrice dell'intelligence Tulsi Gabbard - gli obiettivi dei due Paesi siano diversi.

La presa di distanza del commander-in-chief appare dettata dal timore di un ulteriore balzo delle quotazioni petrolifere, e quindi di un Armageddon sui mercati, e dalla possibilità che il danneggiamento delle infrastrutture energetiche possa causare problemi alla popolazione iraniana e quindi rafforzare il regime.

Per contenere le fiammate dei prezzi l'amministrazione sta valutando varie alternative, e fra queste anche la possibilità di revocare le sanzioni sul petrolio iraniano già in transito. "Non sapevamo nulla" dell'attacco a South Pars, ha scritto Trump sul suo social, sottolineando che neanche il Qatar, colpito in rappresaglia dall'Iran, sapeva.

"Non ci saranno ulteriori attacchi da parte di Israele contro questo importantissimo giacimento" a meno che Teheran non attacchi il Qatar, ha aggiunto a lettere maiuscole. Se questo si verificasse, allora "gli Stati Uniti, con o senza l'assistenza o il consenso di Israele, distruggeranno l'intero giacimento di gas di South Pars", ha assicurato il presidente.

Mentre gli attacchi nel Golfo continuano senza sosta e un F-35 americano è stato colpito e costretto a un atterraggio di emergenza, il commander-in-chief ha anche cercato di rassicurare sull'invio di soldati americani. "Non stiamo dispiegando truppe da nessuna parte. Se lo stessi facendo, comunque non lo direi", ha precisato rispondendo a chi gli chiedeva delle indiscrezioni sull'invio di migliaia di soldati in Medio Oriente.

Secondola Cnn ci sono 5.000 marines in viaggio verso il Medio Oriente. Fonti hanno invece riferito a Reuters che l'amministrazione sta valutando l'invio di migliaia di soldati che potrebbero essere impiegati sull'isola di Kharg, oppure lungo le coste dell'Iran per assicurare il passaggio sicuro dello Stretto di Hormuz. "Vedremo se Kharg alla fine sarà un asset americano", ha detto laconicamente il segretario al Tesoro Scott Bessent, lasciando trapelare l'interesse americano per l'isola finita nel mirino di Trump.

Un'operazione su Kharg, che sia il sequestro o la distruzione, richiederebbe truppe di terra e si rivelerebbe molto costosa in una guerra che sta già presentando un conto salato agli americani. Il Pentagono e la Casa Bianca intendono infatti chiedere al Congresso 200 miliardi di dollari per finanziare le operazioni.

"Servono soldi per uccidere i cattivi", ha detto il segretario alla difesa Pete Hegseth. "È un piccolo prezzo da pagare", ha osservato Trump. Un messaggio che fa poco per rassicurare i repubblicani e gli americani nell'anno elettorale.