Il premier israeliano Benjamin Netanyahu vola a Washington dal presidente Usa Donald Trump per convincerlo ad adottare una linea più dura nei negoziati con Teheran, in particolare sui missili balistici iraniani.
Ma, prima ancora di sbarcare, trova il gelo dell'amministrazione americana su un altro dossier in agenda mercoledì nello Studio Ovale: l'opposizione della Casa Bianca all'annessione della Cisgiordania, dopo che domenica il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato una serie di regole che dovrebbero consentire allo Stato ebraico di estendere il proprio controllo in aree amministrate dall'Autorità Palestinese, in virtù degli accordi di Oslo degli anni Novanta.
Una decisione criticata prima dall'Ue ("un nuovo passo nella direzione sbagliata") e poi dai ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia e Pakistan, che hanno denunciato l'imposizione di "una nuova realtà giuridica e amministrativa nella Cisgiordania occupata, accelerando così i tentativi della sua annessione illegale e lo spostamento del popolo palestinese".
La mossa rischia di minare la fase due del piano per Gaza, alla vigilia del primo incontro del Board of Peace il 19 febbraio a Washington, con l'Indonesia già pronta a mobilitare sino a 8000 soldati. Un appuntamento per il quale Netanyahu tornerà nuovamente, incalzato sempre più dalle nuove rivelazioni dei media israeliani, secondo cui già nell'aprile 2018 aveva ricevuto i rapporti di intelligence dell'Idf che descrivevano dettagliatamente i piani di battaglia di Hamas per un attacco coordinato contro le basi militari israeliane e le comunità civili nel sud di Israele.
Nel frattempo si gioca le sue carte su Teheran in un viaggio lampo, accompagnato da una delegazione relativamente piccola, che include il suo segretario militare, il generale Roman Goffman, e il capo ad interim del Consiglio di sicurezza nazionale, Gil Reich. L'incontro, il settimo in Usa da quanto il tycoon è tornato alla Casa Bianca, sarà a porte chiuse e per il momento non sono previste conferenze stampa o dichiarazioni ai media prima o dopo il colloquio.
Con Trump, ha spiegato Netanyahu prima di partire, "discuteremo di una serie di temi: Gaza, la regione, ma naturalmente e soprattutto dei negoziati con l'Iran. Esporrò al presidente americano le nostre posizioni riguardo ai principi dei negoziati, principi importanti, non solo per Israele, ma per chiunque desideri la pace e la sicurezza in Medio Oriente". "È necessario includere in qualsiasi negoziato la limitazione dei missili balistici e il congelamento del sostegno all'asse iraniano", ha avvisato Netanyahu in vista della ripresa dei negoziati tra Washington e Teheran dopo il primo round in Oman.
L'Iran ha invitato gli Stati Uniti a resistere alle "influenze distruttive" che potrebbero far deragliare la ripresa dei colloqui tra i due Paesi, accusando Israele di agire "da sabotatore". La Repubblica islamica intende discutere solo del proprio programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni, mentre gli Stati Uniti chiedono un accordo più ampio, che includa la limitazione delle capacità balistiche del Paese e la fine del suo sostegno a gruppi armati ostili a Israele, come i ribelli Houthi dello Yemen, Hamas o il movimento islamista libanese Hezbollah, contro cui hanno emesso oggi nuove sanzioni. Interrogato sulla possibilità che gli Usa consentano un arricchimento limitato dell'uranio da parte dell'Iran, il vicepresidente americano JD Vance è stato chiaro: "Penso che il presidente Trump prenderà la decisione finale su dove tracciare le linee rosse nei negoziati".