Estero

Iran: Golfo in allerta, Riad cerca di sfilarsi e prova a mediare

15 gennaio 2026
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In un contesto rapidamente mutevole e con il rischio di un'esplosione su scala regionale, l'Arabia Saudita gioca d'equilibrio: coordinamento strategico con l'alleato americano, tentativo di sfilarsi sul piano tattico da possibili nuove manovre militari di Washington contro il vicino Iran.

In tutto il Golfo arabo la linea è la stessa. Cautela. Profilo basso. Nessuna presa di posizione che possa sembrare un allineamento politico con gli Stati Uniti o con la Repubblica islamica. Per questi paesi il problema non sembra più essere il regime iraniano. È ciò che viene dopo.

Un paese da circa 90 milioni di abitanti, attraversato da faglie etniche e religiose (persiani, azeri, curdi, arabi, baluci, sunniti, sciiti), incastrato tra Iraq e Golfo, Turchia e Caucaso, Afghanistan e Pakistan, ponte instabile tra Medio Oriente, Asia centrale ed ex spazio sovietico, con frontiere porose. Non a caso, ricordano osservatori regionali, l'accordo saudita-iraniano del 2023 mediato dalla Cina nasceva da una logica di gestione del rischio: prendere distanza dalle crisi, contenere i danni.

In quest'ottica e dietro le quinte, il leader saudita Muhammad bin Salman muove i fili. Azione discreta, insieme a Oman e Qatar, per dissuadere Washington da un intervento di forza contro il potere incarnato dall'ayatollah Ali Khamenei. Gli emissari sauditi ripetono alla Casa Bianca che un'escalation militare o, peggio, il collasso del regime di Teheran, scuoterebbe i mercati energetici e aprirebbe una crisi di sistema nel Golfo, regione-cerniera dell'economia globale.

In questo senso Riad ha già fatto sapere a Teheran che il regno non prenderà parte a un eventuale conflitto e non consentirà l'uso del proprio spazio aereo o del territorio per attacchi. Il segnale arriva dopo le avvertenze iraniane: in caso di attacco americano le rappresaglie colpirebbero asset e basi statunitensi nella regione.

Sul piano diplomatico anche Oman e Qatar tengono aperti i canali di mediazione. Anche perché i rischi di "spillover" sono concreti. Economici, prima di tutto. L'instabilità iraniana può colpire lo Stretto di Hormuz, da cui transita oltre il 22% del petrolio mondiale. I mercati reagirebbero subito. È esposta anche la produzione di gas nel mega-giacimento condiviso tra Iran e Qatar, cuore dell'export di gas qatarino verso Asia ed Europa. Un punto sensibile.

Sul tavolo restano infine le minacce di dazi statunitensi contro i paesi che fanno affari con l'Iran. Sotto osservazione i legami commerciali del Golfo, in particolare quelli degli Emirati. Per ora nessuna svolta. Attesa. Cautela.