Estero

Xi prova a disinnescare la presa del presidente Usa sull'Iran

14 gennaio 2026
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Xi Jinping prova a disinnescare la presa del presidente americano Donald Trump sull'Iran, partner troppo importante negli assetti economici, politici e geostrategici mandarini.

Nell'imminenza dell'"azione molto forte" ventilata dal tycoon per punire la sanguinosa repressione del regime di Teheran contro le proteste di massa, la Cina ha alzato un nuovo fuoco di sbarramento, opponendosi "alle forze esterne che interferiscono negli affari interni di un Paese" e bocciando "l'uso o la minaccia della forza nelle relazioni internazionali".

Pechino, ha ricordato la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning, "sostiene e spera che il governo e il popolo iraniani possano superare le attuali difficoltà e salvaguardare la stabilità nazionale", auspicando allo stesso tempo "che tutte le parti facciano di più per contribuire a pace e stabilità in Medio Oriente".

A differenza del Venezuela di Nicolas Maduro, su cui la stessa Cina non ha mai escluso di poter perdere prima o poi un utile partner per la sua espansione in Sudamerica, Xi ha puntato molto sull'Iran. L'attacco Usa a Caracas "potrebbe rimodellare il pensiero strategico cinese, minando le norme internazionali e rafforzando la convinzione di Pechino che l'hard power governi sempre più la politica globale", ha notato Zhao Tong, analista del Carnegie Endowment.

Anche se è difficile che Xi possa decidere un intervento più diretto a sostegno degli ayatollah. Cui Shoujun, professore presso la Facoltà di Studi Internazionali della Renmin University, ha osservato di credere che "la Cina non ridurrà la sua cooperazione economica con l'Iran" a seguito delle minacce di Trump, pur rilevando che la situazione è entrata in una "fase molto pericolosa".

La stabilità in Iran "è cruciale non solo per la stabilità di Medio Oriente e regione del Golfo, ma anche per gli approvvigionamenti energetici globali e la sicurezza".

Pechino, attraverso il rodato sistema delle sue raffinerie indipendenti, continua a sostenere l'export petrolifero dell'Iran, assorbendole al 90%. Teheran, ha stimato la Foundation for Defense of Democracies, un think tank con sede a Washington, è stato nel 2025 il secondo fornitore di greggio della Cina dopo l'Arabia Saudita, coprendo il 13-15% di acquisti globali del Dragone. Che unito al 4-5% di quota del Venezuela, il cui greggio Trump vuole gestire direttamente, sale a un 20% circa.

Le crescenti sanzioni Usa non hanno alterato la logica dei legami economici di base Pechino-Teheran, anche se l'ha complicata. Per Pechino, il greggio scontato diversifica l'offerta e riduce i costi di importazione; per Teheran, il Dragone rimane uno sbocco indispensabile e un'ancora di salvezza finanziaria.

Negli assetti geopolitici, l'Iran fa parte delle iniziative anti-Usa e anti-Occidente multilaterali di punta della Cina: i Brics e la Shanghai Cooperation Organization (Sco). Sotto quest'ultima, rilanciata in grande stile da Xi a settembre, Teheran ha ospitato a fine 2025 la prima esercitazione militare ('Sahand-2025') in territorio iraniano. Un chiaro segnale geopolitico della sua piena integrazione nel partenariato multilaterale di Cina e Russia.