Estero

Trump, ‘la Groenlandia ci serve’. Ed è scontro con Macron

23 dicembre 2025
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Donald Trump non molla e rilancia sulla Groenlandia, nonostante la levata di scudi contro le sue mire espansionistiche da parte di Danimarca, Unione europea e, adesso, anche da parte del presidente francese, Emmanuel Macron.

"Non abbiamo bisogno della Groenlandia per i minerali e il petrolio, ma per la sicurezza. Dobbiamo averla. Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale", ha minacciato il tycoon dal suo buen retiro di Mar-a-Lago.

"Se guardate la Groenlandia, lungo tutta la sua costa vedrete navi russe e cinesi ovunque. Ne abbiamo bisogno per la sicurezza nazionale. Dobbiamo averla", ha incalzato, aggiungendo che il neo nominato inviato speciale per l'isola più grande del mondo, il governatore della Louisiana Jeff Landry, "guiderà l'operazione".

Con quale tipo di operazione il presidente americano intenda annettere il territorio danese per il momento non è dato sapere. Nei mesi scorsi era spuntata l'ipotesi di un referendum, dato che l'ex colonia di Copenhagen ha il diritto di dichiarare l'indipendenza in base a un accordo del 2009. Ma resta il fatto che la Groenlandia è fortemente dipendente dalla pesca e dai sussidi della Danimarca.

E dopo le reiterate minacce del commander-in-chief è intervenuto il premier dell'isola, Jens-Frederik Nielsen, avvertendo che "le decisioni sul nostro Paese si prendono qui". "Non si può ridurre il nostro Paese a una questione di sicurezza e di potere. Non è così che la vediamo noi e non è così che dobbiamo essere descritti", ha aggiunto il premier, ringraziando per il sostegno ricevuto da altri Paesi. "Questo sostegno conferma che non siamo soli qui, a casa nostra".

L'isola "appartiene al suo popolo. Mi unisco alla voce degli europei per esprimere la nostra piena solidarietà", ha quindi tuonato su X il capo dell'Eliseo, che a giugno si era recato nella capitale Nuuk per affermare "il sostegno della Francia alla sovranità e all'integrità territoriale della Danimarca e della Groenlandia".

Sulla vicenda è intervenuto anche il Quai d'Orsay, sottolineando come "la sovranità degli Stati e l'inviolabilità dei confini sono principi fondamentali del diritto internazionale".

Ma l'isola non è l'unico dossier caldo di politica estera per l'amministrazione americana. Dopo i drastici tagli al dipartimento di Stato e la chiusura di alcune sedi diplomatiche all'estero, tra cui il consolato americano a Firenze, pare infatti che il tycoon abbia cacciato circa 30 ambasciatori e altri diplomatici di alto livello all'estero per sostituirli con suoi fedelissimi. La regione più colpita, secondo il Guardian, è stata l'Africa, dove una dozzina di capi missione sono stati richiamati da Niger, Uganda, Senegal, Somalia, Costa d'Avorio, Mauritius, Nigeria, Gabon, Congo, Burundi, Camerun e Ruanda.

In Medio Oriente, invece, saranno sostituiti gli ambasciatori di Egitto e Algeria. Il sindacato dei diplomatici Usa ha protestato accusando il governo americano di voler "politicizzare" il servizio estero mentre il dipartimento di Stato ha replicato che "si tratta di una procedura standard in qualsiasi amministrazione".