Le carte in tavola Vladimir Putin le ha messe nel giugno del 2024 in un discorso al ministero degli Esteri: per avere la pace l'Ucraina deve ritirarsi dalle quattro regioni rivendicate da Mosca, rinunciare definitivamente alla Crimea e diventare neutrale.
Per oltre un anno le condizioni russe non sono cambiate. Ora il Cremlino sembra disposto a qualche piccolo aggiustamento alle sue richieste territoriali, ma la posizione di fondo si è fatta forse ancora più dura con l'avanzata sul terreno e le difficoltà crescenti delle truppe ucraine.
I "successi" delle forze russe "hanno avuto un impatto positivo sui negoziati russo-statunitensi" di martedì al Cremlino, ha affermato Yuri Ushakov, consigliere per la politica estera di Putin, dicendosi convinto che ciò potrebbe alla lunga ammorbidire anche le posizioni degli europei nei confronti della Russia.
"Siamo aperti ai negoziati, ma per raggiungere i nostri obiettivi" è il mantra ripetuto a Mosca. "Quando le truppe ucraine lasceranno i territori che occupano - ha tradotto la settimana scorsa Putin - allora cesseranno le ostilità. Se non se ne vanno, le otterremo con la forza, ecco tutto".
La Russia non chiarisce se per "territori occupati" intenda ancora parlare di tutte e quattro le regioni rivendicate, comprese quelle di Kherson e Zaporizhzhia, o solo quelle del Donbass, cioè Luganks e Donetsk. Ma per Mosca, ha chiarito Putin, è una "questione chiave" che lo stesso Donbass, insieme alla Crimea, occupata dal 2014, vengano riconosciute legalmente, e non solo de facto, come territori russi da parte della comunità internazionale.
Altra "questione chiave", ha ribadito oggi Ushakov, è quella dell'adesione - o meglio della non adesione - di Kiev alla Nato. Così come ad ogni alleanza militare con gli occidentali, con la conseguente presenza di truppe straniere e missili puntati verso la Russia, che Mosca considererebbe una minaccia alla propria sicurezza. E con l'attuale amministrazione, affermano i russi, gli Stati Uniti hanno finalmente capito queste preoccupazioni.
Donald Trump, ha dichiarato il ministro degli Esteri Serghei Lavrov già dieci mesi fa, è "il primo, e a quanto mi consta l'unico leader occidentale, che ha pubblicamente e ad alta voce affermato che una delle cause profonde della situazione ucraina era la linea sfacciata della precedente amministrazione Usa nell'attirare l'Ucraina nella Nato".
Secondo Mosca, tale comprensione è stata confermata nel faccia a faccia di tre ore tra Putin e Trump nel vertice di Ferragosto in Alaska, ed è rispecchiata nell'originario piano in 28 punti presentato da Washington per la pace. Pertanto, ha ammonito Lavrov, la Russia non accetterà la "cancellazione" dal piano "della lettera e dello spirito di Anchorage", in cui sono state affrontate "le cause alla radice del conflitto", in particolare i timori di Mosca.
Non solo: nella sua versione originaria il piano andava ben oltre la questione ucraina per prevedere un patto di non aggressione tra la Russia e la Nato. Putin ha detto di avere ripetuto "cento volte" che Mosca non ha alcuna intenzione di attaccare i Paesi europei dell'Alleanza. "Ma se vogliono, va bene, siamo pronti a metterlo per iscritto, siamo pronti a confermarlo in qualsiasi forma", ha assicurato il capo del Cremlino.