Vendita da 330 milioni per componenti e ricambi per F-16, C-130 e caccia indigeni; Pechino parla di grave violazione e minaccia misure
Gli Stati Uniti hanno approvato la vendita del primo pacchetto di armi a favore di Taiwan dell'era Trump. Si tratta di un controvalore di soli 330 milioni di dollari, destinato in prevalenza a componenti non standard, pezzi di ricambio e parti di riparazione per i caccia F-16, gli aerei da trasporto C-130 e i caccia di difesa indigeni (IDF), insieme ai servizi di supporto; ma è sufficiente a fugare i dubbi sulle voci di disimpegno di Washington. E ha provocato, di riflesso, la dura risposta della Cina che considera l'isola parte "inalienabile" e "sacra" del suo territorio da riunificare anche con la forza, se necessario.
La mossa dell'amministrazione statunitense "viola gravemente sia la sovranità e gli interessi di sicurezza della Cina sia il diritto internazionale, e invia un segnale grave ed errato alle forze separatiste per l'indipendenza di Taiwan", ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian. La Cina "è profondamente insoddisfatta e si oppone con fermezza alla decisione", assicurando – ha ammonito Lin – la volontà di "adottare tutte le misure necessarie per salvaguardare con decisione la sua sovranità nazionale, la sua sicurezza e la sua integrità territoriale".
L'iniziativa Usa, il cui obiettivo è garantire che gli F-16 di Taiwan restino in piena operatività di fronte alla crescente minaccia militare di Pechino, ha sparigliato le carte in uno scenario che vede la Cina contrastare con veemenza da alcuni giorni le dichiarazioni della premier nipponica Sanae Takaichi, secondo cui un attacco militare cinese a Taiwan potrebbe rappresentare una "situazione di minaccia alla sopravvivenza" per il Giappone, il che farebbe attivare l'esercizio del suo diritto all'autodifesa collettiva. Il ministero degli Esteri cinese ha dato conto della convocazione dell'ambasciatore giapponese a Pechino, Kenji Kanasugi, e della rinnovata richiesta di un gesto impegnativo alla premier: ritrattare i giudizi "provocatori". Invece, Tokyo ha replicato che la postura su Taiwan "resta immutata", in una dichiarazione pensata per stemperare le tensioni con Pechino. "La posizione su Taiwan è coerente con il Comunicato congiunto Giappone-Cina del 1972 – ha affermato il segretario di gabinetto Minoru Kihara in un briefing –. Ribadiamo con fermezza la necessità di pace e stabilità nello Stretto di Taiwan".
Contro Takaichi è sceso in campo il Quotidiano del Popolo: il Giappone cerca di rilanciare "il suo militarismo bellico" e di ripetere gli errori della storia con le dichiarazioni della premier, ha accusato un durissimo commento pubblicato dalla testata del Partito comunista cinese con lo pseudonimo Zhong Sheng (la ‘voce della Cina’), usato per esprimere le opinioni sulla politica estera. La premier conservatrice, intanto, ha detto che intende prendere tempo prima di pronunciarsi sul mantenimento dei "tre principi fondanti sul nucleare": quelli di "non detenere", "non fabbricare" e "non consentire l'introduzione di armi atomiche nel Paese": un atteggiamento ad alimentare i timori dei partiti d'opposizione e degli osservatori internazionali. Insomma, altra benzina sul fuoco.